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Pierluigi Concutelli

Last Update: 2/20/2008 6:16 PM
2/20/2008 6:14 PM
 
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Pier Luigi Concutelli (Roma, 3 giugno 1944) è un ex terrorista italiano, militante neofascista.

Trasferitosi giovanissimo a Palermo, aderisce alla Giovane Italia. Iscritto alla facoltà di Agraria, diviene dirigente del FUAN di Palermo.

I primi problemi con la legge

Nel 1969 venne condannato a due anni per possesso d'armi da guerra, avendo partecipato a esercitazioni al poligono della frazione palermitana di Bellolampo.

Aderì, insieme a Francesco Mangiameli, a Ordine Nuovo, di cui divenne membro della direzione. Nel luglio del 1972 venne trovato a esercitarsi, insieme ad altri giovani di destra, nel campo paramilitare di Menfi ed arrestato.

In libertà vigilata, nel 1975 si candidò al comune di Palermo nelle liste del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, ottenne 950 voti e non venne eletto. Nello stesso anno venne indicato come organizzatore del sequestro di Luigi Mariano e ad agosto si rese latitante, fuggendo in Spagna, e venne espulso dal MSI-DN.

L'omicidio del giudice Occorsio

Si recò dopo qualche mese a Roma per tentare di riunire i movimenti estremisti Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e Ordine Nero. Uccise a Roma il 10 luglio 1976 il Sostituto procuratore Vittorio Occorsio che indagava sull'estremismo di destra. Nel volantino di rivendicazione si leggeva:
* « La giustizia borghese si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Un tribunale speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica, perseguitando i militanti di Ordine Nuovo, le idee di cui questi sono portatori. »

Il carcere [modifica]

Venne arrestato a Roma il 13 febbraio 1977 e trasferito nel Carcere di Volterra. E' stato condannato a tre ergastoli per una serie di omicidi, il primo, nel gennaio 1978, per quello del giudice Occorsio. Nel carcere di Novara strangolò con una corda di nylon, assieme a Mario Tuti, i terroristi neri Ermanno Buzzi (nel 1981) e Carmine Palladino (nel 1982) ritenuti delatori.

Venne anche indagato dalla questura di Trapani per il sequestro, effettuato il 17 luglio 1975, dell'imprenditore Luigi Corleo, suocero dell'esattore Ignazio Salvo di Salemi. Il corpo del sequestrato non fu mai ritrovato ma l'inchiesta non ebbe seguito. Secondo il giudice Ferdinando Imposimato Concutelli risultò iscritto alla loggia Camea di Palermo. Sta ancora scontando l'ergastolo, da qualche tempo in semi libertà, tanto che la sera del 18 febbraio 2008 ha potuto partecipare alla trasmissione televisiva de La 7 Niente di personale.

Ha pubblicato, insieme al giornalista Rai Giuseppe Ardica, il volume "Io, l'uomo nero" (Marsilio, 2008).
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2/20/2008 6:15 PM
 
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L'autobiografia del neofascista che nel 1976 uccise il giudice Vittorio Occorsio

Giovanni Belardelli, Anni di piombo. L'autobiografia del neofascista che nel 1976 uccise il giudice Vittorio Occorsio. «Un killer nero contro Almirante». Pierluigi Concutelli: «Lo odiavamo. Un camerata stava per sparargli» II racconto di un assassino. «Pronti a un'alleanza anti-Stato con le Br», in «Corriere della Sera», 18 febbraio 2008, p. 33.

«Sono un assassino»: inizia così, con un incipit crudo ma veritie­ro, il libro di memorie che Pierluigi Concutelli ha scritto dopo trent'anni di galera (ora è in regime di semilibertà), con la collaborazione del giornalista Giuseppe Ardica (Io, l'uomo nero, Marsilio). Da­ta la gravita dei crimini da lui commessi, è apparsa senz'alto opportuna la decisione di an­nullare la presentazione del libro, prevista per il 29 febbraio presso una libreria Feltrinelli di Roma. È bene evitare infatti che le memorie de­gli ex terroristi diventino l'occasione per il con­sueto caravanserraglio culturalmondano di conferenze e dibattiti.

Quello di Concutelli è il racconto di chi non si è mai né pentito né dissociato dal terrori­smo, anche se oggi riconosce - senza tentare alcuna giustificazione - il proprio fallimento personale e i delitti orribili dei quali si è mac­chiato, anzitutto l'omicidio del giudice Vittorio Occorsio e l'assassinio in carcere di due espo­nenti della destra estrema perché ritenuti colla­boratori della polizia. Nel percorso che doveva condurlo alla lotta armata sembra abbia avuto un'importanza centrale l'eredità del fascismo: fin da quando, adolescente, Concutelli ascolta­va «a bocca aperta» i racconti degli ex combat­tenti della Repubblica sociale. Da loro verran­no ai terroristi neri le prime armi, certo; ma so­prattutto l'idea - delirante ma in qualche mo­do (per gli effetti che doveva produrre) «reale» - di essere i figli della guerra civile italiana del '43-'45, gli eredi designati a riprendere trent'an­ni dopo una lotta solo provvisoriamente inter­rotta.

Concutelli si descrive soprattutto come un uomo d'azione, poco propen­so alle estenuanti discussioni (e divisioni) ideologiche che impegnavano invece i giovani della destra più estrema: «In quei giorni - ammette - pri­ma spaccavo e poi pensavo». Scarse, e probabilmente non decisive, le sue letture, che non andavano molto oltre i li­bri di Julius Evola, di larga cir­colazione negli ambienti della destra radicale. Concutelli era soprattutto dominato da una mistica dell'azione e da quell'orgoglio di appartenere a ima minoranza pura e dura di rivoluzionari che costituisco­no altrettanti architravi di ogni mentalità fascista. Fortissima era la sua av­versione per il Msi, «cane da guardia del siste­ma», e per la figura di Almirante, al quale, al­meno a stare al racconto di Concutelli, un «ca­merata» fu sul punto di sparare una volta che si trovò per caso ad affiancarne la macchina.

Ma il libro, al di là della veridicità di questo o di altri singoli episodi, ha interesse soprattutto come resoconto di un delirio politico-ideologi­co: a cominciare dalla percezione, non priva di tratti paranoidi, di un accerchiamento, di una minaccia mortale da parte dello Stato, del terribile «regime-piovra», alla quale bisognava rea­gire con le armi. Una scelta in cui forse contò la rivalità, ma insieme anche l'esempio offerto dalle Brigate rosse. Il terrorismo di sinistra sem­bra apparisse infarti a Concutelli, più che un nemico, un concorrente con il quale sarebbe sta­to possibile perfino allearsi contro l'odiato «re­gime». «Se, per esempio, le Brigate rosse (an­che con il nostro "concorso" parallelo) avessero davvero portato il Paese sull'orlo della guerra civile, in quel caso avremmo combattuto dalla loro parte», scrive (ma, non va dimenticato, lo scrive oggi) Concutelli.

Nel 1973 il Movimento politico Ordine Nuo­vo (la frangia più radicale di Ordine Nuovo che aveva rifiutato la confluenza nel Msi) è dichiara­to fuorilegge. Concutelli, che ne faceva parte, sceglie allora la lotta annata: organizza rapine per finanziarsi, mette bombe a scopo dimostrativo. Il salto nell'abisso è definitivamente compiuto nel luglio 1976, quando, ormai rimasto il capo del disciolto movimento, organizza ed esegue l'omicidio di Vittorio Occorsio, pubblico ministero nel processo contro gli ordinovisti e perciò bollato co­me «il braccio armato della Dc». Con un parallelismo for­se non casuale, Occorsio è uc­ciso un mese dopo che le Br hanno assassinato il procura­tore di Genova Francesco Coco.
2/20/2008 6:16 PM
 
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Oggi Concutelli dichiara di considerarsi un assassino ma non un terrorista, poiché è «stato sempre atten­tissimo a non ferire o peggio uccidere cittadini inermi». Ma è una distinzione senza fondamen­to, visto che il giudice Occorsio quando venne ucciso - apposta in un giorno di ferie, perché senza scorta - era un cittadino inerme (e se poi fosse stato «armato», ciò cambierebbe qual­cosa?). E inermi erano anche le due «spie», ve­re o presunte, che Concutelli uccise in carcere. Appare strana, poi, l'insistenza con cui rivendi­ca di avere sempre nutrito una profonda avver­sione per ogni trama golpista o stragista, per ogni contatto con i «servizi». Pur ammettendo che questa avversione fosse reale, resta il fatto che l'attività di Concutelli si svolgeva in un am­biente nel quale erano frequenti i rapporti più o meno organici con i servizi segreti, nonché la partecipazione a trame ed episodi eversivi tra i più oscuri della storia repubblicana.
L'ultima parte delle memorie è dedicata alla lunga detenzione iniziata nel 1977, che ha fatto passare Concutelli per molti luoghi di pena; spesso sottoposto al regime particolarmente duro riservato a chi, come lui, aveva tentato più volte l'evasione e aveva uc­ciso altri detenuti. Qui il libro ha pagi­ne particolarmente crude: dal raccon­to dell'omicidio delle due «spie» am­mazzate nel carcere di Novara - Ermanno Buzzi nel 1981 e Carmine Palladino nel 1982 - all'uccisione del boss Francis Turatello, diventato suo amico, al quale Concutelli si trova ad assistere da vicino senza poter fare nulla. E non poca impressione suscita anche il racconto dei pestaggi e delle vessazioni che lui e altri detenuti della destra dovettero a volte subire da parte delle guardie car­cerarie. Poi molto rapidamente, con quella che nei film è la tecnica della dissolvenza, il libro si conclude con il «recupero» del carcerato, ormai non più «irriducibile», a partire dalla fine degli anni Ottanta: i primi lavori, i primi colloqui con i familiari senza vetri divisori e manette, infine - da qualche anno - l'approdo al regime di semilibertà. Ma la conclusione non attenua per nulla, in Concutelli, la percezione della propria vita come di un colossale fallimento, causato da una «fede cieca» vissuta per anni con disperata e criminale determinazione.
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