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Enrico Berlinguer

Last Update: 3/18/2008 4:58 PM
3/18/2008 2:18 PM
 
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Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della media borghesia cittadina (aristocratica ma antifascista) - (cugino di Francesco Cossiga di sei anni più giovane)

L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione Democratica Nazionale di Giovanni-Amendola, poi del Partito d’Azione e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano.

La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed ad aderire (a 14 anni), in forma segreta e clandestina, al Partito Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti.

Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.

La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo.

Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di Luigi Longo, il numero due.

Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti.

Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche, soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un fine intellettuale.

Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso di portata storica.

Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della corruzione.

Come Togliatti Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale.

Il “Compromesso Storico” avrebbe avuto come principale interlocutore il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da parte di Togliatti.

Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce della Pace” organizzate da Aldo Capitini.

Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.

Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’ Eurocomunismo ), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour Party di Harold Wilson.

Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema democratico dei partiti politici.

Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così, venire meno il legame con il paese reale.

Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in questione.

Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università, la RAI TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.

L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi, preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi.

Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita, ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa, Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il messaggio di Enrico Berlinnguer.

Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere comune, in poche parole della idea stessa di democrazia.

Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i “folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da “Tangentopoli”.

Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del decentramento politico, amministrativo e fiscale nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa locale.

Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.

La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono troppo tardi o che non capirono mai.

Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.

Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.
3/18/2008 2:19 PM
 
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3/18/2008 2:20 PM
 
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"...ci vuole un governo di unita' nel quale siano presenti anche i comunisti..."



3/18/2008 3:56 PM
 
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Il 28 settembre 1973 ENRICO BERLINGUER, che il XIII congresso del PCI ha eletto segretario nel marzo 1972, pubblica sulla rivista Rinascita la prima parte di un saggio intitolato "Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile". Nella conclusione che è pubblicata il 12 ottobre, Berlinguer propone un "nuovo e grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la maggioranza del popolo italiano". La lezione del colpo di Stato di Pinochet in Cile, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie in Italia, l'estremismo nero operante e quello rosso emergente spiegano una formula che rappresenta nel campo politico l'unica novità di questi anni: una formula che fallirà - per le riluttanze della DC, l'opposizione del PSI e i dissensi all'interno dello stesso PCI - ma che avrà il merito di raccogliere le più importanti forze politiche e sociali nella lotta al terrorismo e nel superamento delle gravi emergenze economiche e finanziarie di quelli che saranno chiamati gli "anni di piombo".

La riflessione di Berlinguer era quella di realizzare una democrazia compiuta e non una democrazia che ad ogni governo varato era zoppa come nell'ultimo periodo: 5 governi in due anni, tutti bloccati su ogni piccola iniziativa di largo respiro economico e sociale per il Paese.

Alcune volte erano i socialisti a bloccare tutto, altre volte c'era l'intransigenza dei repubblicani, ma come abbiamo letto nei precedenti anni, nella stessa DC c'erano i franchi tiratori ma anche quelli che non avevano paura di esporsi e sostenevano tesi opposte a quelle di una maggioranza relativa all'interno del partito democristiano, dove le correnti erano 8, ma le alleanze non erano mai durature, erano delle banderuole, e spesso provocavano ulteriori spaccature e correnti virtuali, come Donat Cattin che stringeva alleanze nell'ala moderata poi rispondeva picche anche quando gli assegnavano un posto nel governo. Sempre polemico.

Mettiamo per il momento da una parte questi scenari. Negli articoli di Berlinguer c'erano le riflessioni su alcune situazioni di emergenza: la crisi, la recessione, il crollo della lira, e infine il terrorismo in escalation; e le ultime inquietanti notizie giunte dal Cile allarmavano non poco.
Berlinguer non credeva all'estremismo rosso; con qualche extraparlamentare di sinistra estremista, il PCI aveva preso le distanze (anche se qualcuno affermerà in seguito nei processi: "Loro sapevano bene chi eravamo. Frequentavamo i circoli. Era ipocrisia far finta di non sapere e visto nulla".

IL PCI, o meglio Berlinguer, riteneva che c'era in atto una manovra eversiva a opera dei neofascisti per provocare la reazione dello Stato con un golpe. Questo spettro, apparso in Grecia poi in Cile, dove l'appoggio degli USA e della Democrazia cristiana era apertamente dichiarato, portarono Berlinguer a queste riflessioni e a questi timori.

Le poche righe che diventeranno famose sono le seguenti: "Sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare... questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l'opera di un governo che fosse espressione di tale 51 per cento. Ecco perché noi parliamo non di una "alternativa di sinistra" ma di una "alternativa democratica", e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un'intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico".

Berlinguer quindi chiedeva e offriva una collaborazione. Questo per il bene del Paese, per consentire all'Italia di superare la crisi politica, economica e dell'eversione.

Ma a queste interpretazioni nobili se ne contrappongono altre, che forse con il Cile c'entravano poco o non c'entravano per nulla. E le dobbiamo accennare per comprendere meglio com'era lo scenario nei precedenti mesi all'uscita di Rinascita.

3/18/2008 3:57 PM
 
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L'Italia non era il Cile, questo lo sapeva benissimo anche Berlinguer. I fatti cileni però rappresentavano una buona occasione per formalizzare pubblicamente una scelta che era già stata fatta.
Ultimamente in Italia i partiti avevano lasciato da parte o perso per strada le loro ideologie. Perfino i gruppi di forte tradizione cattolica si erano messi in discussione. Abbiamo appena visto a Bologna il 23, nascere il Movimento Cristiani per il Socialismo. Cattolici già a sinistra, autonomi, senza le mediazioni di Moro. Nascevano spontaneamente, spesso in contrasto con la gerarchia ecclesiastica. Quindi era già una realtà (anche questa utopistica - il persistere di concetti come "Stato assistenziale" o "garantista", "capitalismo popolare" ecc. sono appunto il frutto di questa illusione).

In Italia le forze conservatrici, che da un trentennio stanno al potere (dicono d'ispirarsi al cattolicesimo e vanno dicendo di voler "umanizzare" il capitalismo), hanno fatto sempre finta di meravigliarsi e di lamentarsi della grande forza (almeno sul piano quantitativo) delle masse comuniste. In realtà, tale forza trovava la sua ragion d'essere -non imitando i Paesi socialisti- nella presenza autorevole nel nostro Paese, del cattolicesimo, il quale, nonostante i suoi dualismi, ha saputo trasmettere, per un certo periodo di tempo l'esigenza di un ideale di giustizia anche in quei soggetti usciti dalla chiesa cattolica.
Paradossalmente, proprio il socialismo avrebbe permesso agli ideali del cattolicesimo di sopravvivere meglio (seppure ovviamente in forma laicizzata). Ed è curioso che (con i primi viaggi di Paolo VI) proprio nel Terzo Mondo la chiesa cattolica ha preferito mettersi in rapporto con le ideologie socialiste e non con quelle liberiste.

Significa che agli inizi di questi anni Settanta, nei partiti storici tutte le ideologie stanno diventando sempre di più una zavorra e nel migliore dei casi le vogliono adattare ai tempi, modificarle nel nuovo contesto sociale che è profondamente cambiato (a partire dagli anni '90 di ideologie non si parlerà nemmeno più; il liberismo (altra nuova utopia) ne fa un macello)

Non esiste più in questo periodo comprensione fra le due generazioni; quella che non ha vissuto la guerra nè la civiltà contadina, ha in questo 1973 già superato i 30 anni. Sta già affacciandosi nel mondo del lavoro, e a ragione vuole modificare moltissime cose. Ma sono passati solo cinque anni dal '68, e molti di quei giovani sono negli uffici, nelle fabbriche, nelle professioni, nella politica, ad assistere allo spettacolo che hanno davanti.
Questa generazione (dei trentenni) la prima "infornata" dal dopoguerra inserita dentro la nuova economia del Paese, nata nell'Italia post-contadina, che ha vissuto il periodo mega-industriale selvaggio degli anni 1950-'70, ha ora davanti (le auto ferme) i cocci di quel "sistema"; quello che la precedente generazione ha strombazzato invece come "un miracolo". Il miracolo quella nuova ora l'ha davanti, sta infatti assistendo al suo crollo.
Ora questa generazione è sospesa nelle sue scelte tra l'imprenditorialità di se stesso (ma c'è ancora uno sbocco per questa?) e il lavoro che non è un lavoro ma servilismo; perfino umiliante, servile, quello della catena di montaggio o del cottimo alienante.
Lui -il "sessantottino"- che voleva mettere in crisi la mentalità statalista insieme a quella capitalista è quasi costretto a ritornare sui suoi passi se vuole lavorare, e deve adattarsi ai più osceni compromessi.
Infatti all'orizzonte sembra esserci in questo periodo un unico blocco tra la grande industria pubblica e quella grande privata, entrambe burocratizzate e assistite. L'"abbraccio mortale" l'abbiamo accennato all'inizio ed è più che palese quando troviamo Carli (Banca d'Italia) e Cefis (Aziende pubbliche) che escono entrambi dallo Stato ed entrano prepotentemente nei salotti dei Signori del Nord a comandare fabbriche, giornali, tondini, petroli, marmellate, biscotti e anche le merendine vendute all'asilo.

Siamo negli alti vertici che contano, un blocco sociale piramidale che sembra consolidato alle fondamenta da industria, politica, sindacato, burocrazia e banche. E' un vertice statalista anomalo che spadroneggia. (singolare perchè sembra non essere nè statale nè privato)

Ma l'esempio scende anche in basso, nella provincia, nei piccoli vertici di un blocco sociale orizzontale, perfino anarchico, anche questo statalista anomalo, composto da amministratori locali, piccoli imprenditori, commercianti, professionisti e cittadini. Nasce il "forte potere" locale. Alcuni soggetti, nell'euforia lo esercitano questo potere anche in un modo spregiudicato, tutto personale e corrono anche. Non senza sbalorditivi e clamorosi sviluppi su alcuni territori, dove subito emerge -dobbiamo riconoscerlo- un certo benessere.

Altri soggetti, di questi vertici politici, sono invece rimasti fermi. Come nel PCI. Nel suo interno tanti "padri nobili", tanti intellettuali, ma tutti fermi, o lenti nel capire i cambiamenti della società, e cosa più singolare gli stessi giovani di sinistra (la generazione che abbiamo citato sopra) sono incapaci di capire l'evoluzione del loro stesso mondo giovanile. Quindi vecchi e giovani, troppo lenti nel distaccarsi da Mosca, quando dal XX congresso del Pcus e dai fatti di Praga erano già passati più di sedici anni.

L'errore più grande di sinistre e sindacati è quello di scambiare: a) l'assistenzialismo con il socialismo; b) Il mantenimento dei livelli d'occupazione fatti con interventi e soldi pubblici scambiati come interventi sociali; c) la costruzioni delle "cattedrali nel deserto" nel sud scambiati come un risanamento locale, territoriale, riparazione di vecchi torti.

Basta prendere la letteratura di questi tempi e rileggerla in questi anni Duemila. Dentro solo utopie e nessun atteggiamento pratico; sembrano tutti fuori sincronia dal loro tempo. A complicare poi le cose alla sinistra - che si sente schiacciata - sono le prime forme di terrorismo rosso. E qui ha dimostrato la sua impotenza maggiore, fino al durante e il dopo "caso Moro".

Eppure non si poteva non vedere il crollo del marxismo-leninismo dopo i fallimenti in Russia e in Cina; entrambe pronte a mettere il tappeto rosso sulla porta d'entrata per ricevere in casa il re del sistema più liberista del mondo, NIXON, o accettare i pacchetti-regalo degli aiuti economici del mondo capitalista. Se erano fallite quelle ideologie, l'Italia che non ha mai conosciuto una vera lotta di classe, nè ha mai avuto in casa il sottoproletariato russo o i contadini cinesi, da che parte poteva andare, se non verso la liberaldemocrazia.

3/18/2008 3:59 PM
 
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una volontaria bacia Enrico Berlinguer durante una Festa de L'Unità bolgonese
3/18/2008 3:59 PM
 
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L'Italia non era il Cile, questo lo sapeva benissimo anche Berlinguer. I fatti cileni però rappresentavano una buona occasione per formalizzare pubblicamente una scelta che era già stata fatta.
Ultimamente in Italia i partiti avevano lasciato da parte o perso per strada le loro ideologie. Perfino i gruppi di forte tradizione cattolica si erano messi in discussione. Abbiamo appena visto a Bologna il 23, nascere il Movimento Cristiani per il Socialismo. Cattolici già a sinistra, autonomi, senza le mediazioni di Moro. Nascevano spontaneamente, spesso in contrasto con la gerarchia ecclesiastica. Quindi era già una realtà (anche questa utopistica - il persistere di concetti come "Stato assistenziale" o "garantista", "capitalismo popolare" ecc. sono appunto il frutto di questa illusione).

In Italia le forze conservatrici, che da un trentennio stanno al potere (dicono d'ispirarsi al cattolicesimo e vanno dicendo di voler "umanizzare" il capitalismo), hanno fatto sempre finta di meravigliarsi e di lamentarsi della grande forza (almeno sul piano quantitativo) delle masse comuniste. In realtà, tale forza trovava la sua ragion d'essere -non imitando i Paesi socialisti- nella presenza autorevole nel nostro Paese, del cattolicesimo, il quale, nonostante i suoi dualismi, ha saputo trasmettere, per un certo periodo di tempo l'esigenza di un ideale di giustizia anche in quei soggetti usciti dalla chiesa cattolica.
Paradossalmente, proprio il socialismo avrebbe permesso agli ideali del cattolicesimo di sopravvivere meglio (seppure ovviamente in forma laicizzata). Ed è curioso che (con i primi viaggi di Paolo VI) proprio nel Terzo Mondo la chiesa cattolica ha preferito mettersi in rapporto con le ideologie socialiste e non con quelle liberiste.

Significa che agli inizi di questi anni Settanta, nei partiti storici tutte le ideologie stanno diventando sempre di più una zavorra e nel migliore dei casi le vogliono adattare ai tempi, modificarle nel nuovo contesto sociale che è profondamente cambiato (a partire dagli anni '90 di ideologie non si parlerà nemmeno più; il liberismo (altra nuova utopia) ne fa un macello)

Non esiste più in questo periodo comprensione fra le due generazioni; quella che non ha vissuto la guerra nè la civiltà contadina, ha in questo 1973 già superato i 30 anni. Sta già affacciandosi nel mondo del lavoro, e a ragione vuole modificare moltissime cose. Ma sono passati solo cinque anni dal '68, e molti di quei giovani sono negli uffici, nelle fabbriche, nelle professioni, nella politica, ad assistere allo spettacolo che hanno davanti.
Questa generazione (dei trentenni) la prima "infornata" dal dopoguerra inserita dentro la nuova economia del Paese, nata nell'Italia post-contadina, che ha vissuto il periodo mega-industriale selvaggio degli anni 1950-'70, ha ora davanti (le auto ferme) i cocci di quel "sistema"; quello che la precedente generazione ha strombazzato invece come "un miracolo". Il miracolo quella nuova ora l'ha davanti, sta infatti assistendo al suo crollo.
Ora questa generazione è sospesa nelle sue scelte tra l'imprenditorialità di se stesso (ma c'è ancora uno sbocco per questa?) e il lavoro che non è un lavoro ma servilismo; perfino umiliante, servile, quello della catena di montaggio o del cottimo alienante.
Lui -il "sessantottino"- che voleva mettere in crisi la mentalità statalista insieme a quella capitalista è quasi costretto a ritornare sui suoi passi se vuole lavorare, e deve adattarsi ai più osceni compromessi.
Infatti all'orizzonte sembra esserci in questo periodo un unico blocco tra la grande industria pubblica e quella grande privata, entrambe burocratizzate e assistite. L'"abbraccio mortale" l'abbiamo accennato all'inizio ed è più che palese quando troviamo Carli (Banca d'Italia) e Cefis (Aziende pubbliche) che escono entrambi dallo Stato ed entrano prepotentemente nei salotti dei Signori del Nord a comandare fabbriche, giornali, tondini, petroli, marmellate, biscotti e anche le merendine vendute all'asilo.

Siamo negli alti vertici che contano, un blocco sociale piramidale che sembra consolidato alle fondamenta da industria, politica, sindacato, burocrazia e banche. E' un vertice statalista anomalo che spadroneggia. (singolare perchè sembra non essere nè statale nè privato)

Ma l'esempio scende anche in basso, nella provincia, nei piccoli vertici di un blocco sociale orizzontale, perfino anarchico, anche questo statalista anomalo, composto da amministratori locali, piccoli imprenditori, commercianti, professionisti e cittadini. Nasce il "forte potere" locale. Alcuni soggetti, nell'euforia lo esercitano questo potere anche in un modo spregiudicato, tutto personale e corrono anche. Non senza sbalorditivi e clamorosi sviluppi su alcuni territori, dove subito emerge -dobbiamo riconoscerlo- un certo benessere.

Altri soggetti, di questi vertici politici, sono invece rimasti fermi. Come nel PCI. Nel suo interno tanti "padri nobili", tanti intellettuali, ma tutti fermi, o lenti nel capire i cambiamenti della società, e cosa più singolare gli stessi giovani di sinistra (la generazione che abbiamo citato sopra) sono incapaci di capire l'evoluzione del loro stesso mondo giovanile. Quindi vecchi e giovani, troppo lenti nel distaccarsi da Mosca, quando dal XX congresso del Pcus e dai fatti di Praga erano già passati più di sedici anni.

L'errore più grande di sinistre e sindacati è quello di scambiare: a) l'assistenzialismo con il socialismo; b) Il mantenimento dei livelli d'occupazione fatti con interventi e soldi pubblici scambiati come interventi sociali; c) la costruzioni delle "cattedrali nel deserto" nel sud scambiati come un risanamento locale, territoriale, riparazione di vecchi torti.

Basta prendere la letteratura di questi tempi e rileggerla in questi anni Duemila. Dentro solo utopie e nessun atteggiamento pratico; sembrano tutti fuori sincronia dal loro tempo. A complicare poi le cose alla sinistra - che si sente schiacciata - sono le prime forme di terrorismo rosso. E qui ha dimostrato la sua impotenza maggiore, fino al durante e il dopo "caso Moro".

Eppure non si poteva non vedere il crollo del marxismo-leninismo dopo i fallimenti in Russia e in Cina; entrambe pronte a mettere il tappeto rosso sulla porta d'entrata per ricevere in casa il re del sistema più liberista del mondo, NIXON, o accettare i pacchetti-regalo degli aiuti economici del mondo capitalista. Se erano fallite quelle ideologie, l'Italia che non ha mai conosciuto una vera lotta di classe, nè ha mai avuto in casa il sottoproletariato russo o i contadini cinesi, da che parte poteva andare, se non verso la liberaldemocrazia.
3/18/2008 4:00 PM
 
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Nei cattolici la zavorra invece è un'altra, ma da alcuni anni se ne stanno sbarazzando. Dentro nella società italiana, in pochi anni è avvenuta una grande mutazione: é cresciuta la cultura di massa, il consumismo, l'edonismo, l'autoaffermazione. Sono finite le bacchettate moralistiche, le censure, gli anatemi e le scomuniche. Perfino sul divorzio i due grandi poli, non hanno puntato su una guerra di religione; le polemiche non sono mancate, ma poi si sono fatti scambi e tante concessioni, non nelle sacrestie ma nelle segreteria; che ora sembra che contano solo più queste.

L'errore grossolano dei cattolici è quello che insistono a considerare come principale nemico il comunismo invece del capitalismo. Salvo poi lamentarsi (dopo il "Muro" anni '90), che dopo il crollo degli ideali comunisti non s’intravede più in Occidente una lotta politica per la giustizia, la solidarietà, i valori, la "tradizione evangelica", la democrazia sociale, l'umanesimo integrale. La chiesa in duemila anno non aveva mai tollerato che al proprio interno si formasse una classe che in nome del capitale potesse minacciarne il suo potere. Quella romana ai suoi tempi rifiutò in blocco perfino l'ideologia protestantica.
Non dimentichiamo che la "tradizione evangelica " è un comunismo primitivo, quando il benessere consisteva nel non morire di fame, nella libertà interiore, e nell'avere un rapporto sano, equilibrato con la natura, con gli altri, con se stessi.

La cultura ecclesiastica, moralistica, bacchettona (altrettanto quella feudale) ha sempre ostacolato tutte le espressioni della cultura di massa e del consumismo e quindi indirettamente fin dalla sua nascita il capitalismo. Purtroppo la massa ha bisogno di permissività nel costume se vuol godere dei beni materiali; e il nuovo capitalismo (paladini del liberismo) cosa ti fa? lo promuove il consumismo presentandolo come un diritto. E il gioco gli riesce; la differenza tra capitalismo e feudalesimo sta nell'illusione della libertà o della ricchezza e naturalmente nei mezzi materiali con cui si cerca di alimentare tale illusione.

In questi anni Settanta -così sollecitata- la nuova generazione ha fatto le sue scelte. Cioè crede di averle fatte. Nemmeno immagina che non è altro che una nuova forma di schiavismo.

I primi a essere sensibili a queste nuove regole sono proprio i rappresentanti "perbene" della vita pubblica, che dal '68 al '75 sguazzano nel più vergognoso peculato. Altro che semplice permissività e godimento; i "perbene" cominciano a ignorare tutte le regole della democrazia sociale e a mettere da parte ogni pudore.

Alcuni boiardi delle grandi aziende di Stato sono in primissimo piano, con le loro coperture politiche ed alleanze inconfessabili usando denaro pubblico per i propri interessi personali o per foraggiare quei partiti che in cambio poi concedono o avallano tramite banche finanziamenti abnormi (come i 100 miliardi del Banco di Roma, date a Sindona quest'anno, poi finito nel crac). E a pagare, lo Stato, cioè tutti i cittadini italiani!

Siamo dunque in questo '73 già nell'epicentro della corruzione effettiva e di quella potenziale. Si ignora in molti casi ogni mediazione politica e istituzionale. Intanto gente scaltra alla guida di grandi gruppi feudalizzano per proprio conto lo Stato.

Personaggi abili, dentro i vertici delle aziende di Stato, alcune società una volta attive le vendono per quattro soldi facendole figurare passive (tolgono loro le commesse), nello stesso tempo acquistano sempre per conto dello Stato le passive. Con la scusa del salvataggio e il mantenimento dell'occupazione le rimettono un po' in sesto con i soldi pubblici, poi si licenziano dallo Stato ma non prima di aver rastrellato pacchetti azionari di queste aziende. Si mettono in proprio e queste aziende nel frattempo acquistate da cordate di amici, come per incanto diventano iperattive e fanno concorrenza a chi? A quelle dello Stato che si ritrova a possedere aziende passive e le casse svuotate.

Il tutto inizialmente con gli intenti clientelari elettoralistici dei padrini politici per finanziare le proprie correnti sempre più numerose. Poi i boiardi ampliati i loro imperi industriali, ritagliatisi i propri feudi, iniziano infatti a far concorrenza allo Stato, e sono poi i politici a essere i subalterni di questa "razza padrona" (come nella chimica - la più macroscopica). In questo circolo virtuoso ci cascano un po' tutti, per bisogno, per necessità, per restare sulle poltrone. Dura qualche anno, poi la "razza padrona" si estingue da sola, non per carachiri, ma muore d'inedia, perché dentro le casse dello Stato non c'è più una lira da prelevare e loro non è che hanno grandi capacità manageriali.

3/18/2008 4:02 PM
 
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3/18/2008 4:03 PM
 
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Finite le macroscopiche tangenti (faranno una legge per il finanziamento dei partiti il prossimo aprile - 45 miliardi - un'inezia!) per molti politici le risorse sono ora solo nella provincia, nel piccolo imprenditore, con tutte le varie intermediazioni, dal basso verso l'alto, creando così una struttura "amministrativa personale, con un'efficienza nel "prelievo" "tributario" così perfetta che l'Italia non aveva mai conosciuto prima nell'amministrazione pubblica in nessuna epoca storica. L'evasione fiscale pubblica ha falle ovunque, mentre invece quella locale non ha nemmeno una fessura. Il "drenaggio" lo fa a tappeto. Non gli sfugge nulla.

Naturalmente in questa ricca "casalinga" amministrazione con una selezione clientelare rigorosa, si sono lasciate a molti soggetti (rossi o bianchi) le briglia lunghe, si usa la mano leggera, si chiude un occhio e molte volte entrambi nei controlli, nelle garanzie bancarie, nei conti col fisco (quello statale) ecc.

E' l'anno dove esplode con tutta la sua potenzialità la vera "Terza Italia". Viene costruito nell'arco di un decennio un sistema industriale incredibile, clandestino e primitivo in cui nasce l'economia sommersa. Li chiamano inizialmente negrieri, e le condanne morali si sprecano. Ma stanno salvando l'Italia con tutti gli espedienti, trasferendo la produzione nelle cantine, nei garage e nei sottoscala.

Sia le grandi industrie private (finiti i soldi dello Stato) sia quelle pubbliche (estinta la "razza padrona") sono entrambe alle prese con le rivendicazioni sindacali, e vanno tutte in crisi, se ne salvano poche. Alcune durano per un paio d'anni, fino al 1975. Poi inizia per l'Italia un'altra epoca.

C'è la presenza ora di una forza politica locale mentre quella centrale paradossalmente "fa la cosa più sensata, non fa niente" - lo dirà BASSETTI in un'intervista su Repubblica - "hanno lasciato (il non far pagare tasse, contributi, malattia ecc.) i soldi in mano agli italiani, e lasciato agire la logica della foresta. I politici non capivano niente e hanno scelto di lasciarsi guidare dal paese. La loro grande intuizione è stata questa. Alla fine non è andata bene? Il paese, con le sue braccia, è cresciuto, si è arricchito, è diventato forte, anche se così agendo si sono commesse molte ingiustizie. Ma non c'era altra strada". Questa Italia del 1973 è troppo complessa, troppo ricca di fenomeni incontrollabili, troppo piena di contraddizioni.
3/18/2008 4:04 PM
 
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Dover guidare i politici una programmazione economica, inventare un modello di sviluppo e distribuire risorse sul territorio, non era per nulla facile, visto che non riuscivano a capire cosa c'entrava la marmellata con la chimica, la pasta con l'elettronica, le auto con i cioccolatini, i supermercati con le acciaierie. Tutto questo era al disopra della loro portata. Non avevano ancora afferrato che stava esplodendo la proto-economia globale da una parte e l'economia del fai da te dall'altra; che quando va male a un comprato va bene all'altro e viceversa; che quando la grande industria va in crisi, la piccola e il sommerso paradossalmente con le esportazioni la salva; salva l'occupazione, traversalmente rifornisce il mercato e soddisfa in tempo quasi reale i beni di consumo perchè è velocissima ad adattarsi alla domanda. Torino muore se non si vendono auto, a Padova invece no, il crollo di un settore viene subito se non proprio assorbito attutito da una miriade di aziende di altri settori, quelle nate col fai da te, che sono abilissime a non guardare in una sola direzione e fanno presto a diversificarsi senza impiego di grossi capitali.

Il fai da te nasce perché l'italiano vuole conservare il modesto benessere che ha toccato e si è conquistato nei precedenti anni e non è disposto a rinunciarvi. Ed ecco rispolverare la creatività e a lavorare più di prima. Dal "lavoro" si è passati "ai lavori" del proletariato casalingo, allo stacanovismo domestico, spesso scatenando emulazione nella popolazione di un piccolissimo paese (maglie, scarpe, sedie, coltelli, polli, ecc si moltiplicano come funghi in un piccolo territorio)

Ma solo a sentire le due parole, "proletariato indipendente" i politici della sinistra e i sindacati si sentivano male. (dimenticavano che la donna che aveva dato alla luce l'uomo contro l'accumulo del capitale- Stalin- iniziò ad "accumulare un capitale" comprandosi una modernissima macchina da cucire mettendosi a fare già allora la terzista autonoma! accumulando così altro capitale).
Tutti negavano davanti all'evidenza. Sono in questo 1973 datori di lavoro di se stessi qualche decina di migliaia, nel 1998 con una partita IVA saranno 7 milioni gli italiani imprenditori.
Insomma in questo '73 avevano già inventato la "Civiltà del futuro", il "Terzo Stato", ma nessuno se n'era accorto; e anche se vedevano chiudevano gli occhi.

Questi fenomeni sociologici sfuggivano non solo ai politici ma anche ai sociologi. La polemica fra De Rita e Alberoni è rimasta famosa. Il primo aveva capito con trent'anni di anticipo, l'inarrestabile fenomeno e premeva i politici ad interessarsene (si formò anche una inutile costituente), il secondo lo accusava di predicare la "filosofia del disordine", "la legge degli espedienti", di "incitare i negrieri al sommerso". Si può giustificare. Lui, Alberoni, scriveva dentro uno studio asettico, fuori non c'era mai stato. L'autore che scrive, nel '73 era ispettore in una grande multinazionale, su tutto il territorio italiano, 27.000 clienti (fabbriche, grandi industrie, alberghi, artigiani). I giochi di prestigio per intestare le fatture erano all'ordine del giorno e perfino un problema quando il venduto in nero andava oltre il 95%. Acquistavano merci ma non volevano fatture intestate, e per alcuni era impossibile anche farle perché non avevano una ragione sociale.
A forza di lavorare "in nero", (rari i casi di controlli fiscali, salvo per vendette politiche) accadevano fatti singolari. Un grande albergo romagnolo, con 20.000 presenze ma che ne denunciava 2.000, comprava la carne "in nero" ma nella contabilità essendo queste di piccolo importo metteva tutte le fatture delle uova. Al controllo induttivo risultò che ad ogni cliente dava da mangiare 38 uova al giorno.
A Carpi idem, un artigiano acquistava in nero tonnellate di filato per fare maglie, ma dimenticò di avitare di mettere le piccole fatture dei bottoni. Risultato: all'induttivo ogni maglia utilizzava 300/400 bottoni.

Insomma grandi statisti nella politica estera (Fanfani, Moro ecc.) ma nelle scelte e come gestire una Italia nascosta in piena attività, tutti impreparati, senza una strategia, salvo essere molto accorti ed efficienti nei propri feudi. Con allo sfascio il bilancio e ormai vuota la Cassa, l'unica risorsa era del resto la provincia, e ognuno cominciò a pensare solo alla sua.
3/18/2008 4:06 PM
 
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3/18/2008 4:06 PM
 
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Insomma grandi statisti nella politica estera (Fanfani, Moro ecc.) ma nelle scelte e come gestire una Italia nascosta in piena attività, tutti impreparati, senza una strategia, salvo essere molto accorti ed efficienti nei propri feudi. Con allo sfascio il bilancio e ormai vuota la Cassa, l'unica risorsa era del resto la provincia, e ognuno cominciò a pensare solo alla sua.

Insomma la democrazia, pur con tanti ideali comuni a tutti i partiti, era dominata dal "pragmatismo" (così chiameranno, la corruzione e la concussione, o i "favori" agli amici). Certi politici li vedremo sfilare al processo di Tangentopoli a Milano nel 1992. Il maggior imputato quasi assolvendosi ci ha rivelato candidamente che "la politica costava" e che lui non era certo l'unico a ricevere le "elargizioni spontanee" dagli imprenditori, che premevano (secondo lui) per ottenere appalti o finanziamenti. Era una prassi consolidata e accettata da tutti i partiti, era la "dazione ambientale". Perché mai scandalizzarsi e fare un processo alla classe politica.

Quest'anno, scoppiati i primi scandali dei "fondi neri" (Enel, petroli, banche, Anas, Montedison ecc.) si vorrebbe eliminare il malcostume; si studia un progetto di legge per il finanziamento pubblico dei partiti. Ci si dipinge con la vernice della verginità. La legge sarà approvata il 17 aprile del prossimo anno. Ma il perverso malcostume non cessò affatto, anzi, finiti i boiardi di Stato, presto i politici allungarono nelle piccole province i loro tentacoli. Non c'era bisogno di apprenderlo al processo di tangentopoli, e nemmeno scandalizzarsi, l'italiano sapeva qual'era la prassi, ogni italiano appena iniziava a salire la scala sociale già al primo gradino iniziava a concedere piccoli privilegi in basso per poter salire sempre lui più in alto. E l'esempio veniva dall'alto e alla luce del sole, e nessuno ne fu immune. Dal piccolo bottegaio per avere una licenza, al fattorino se voleva trovare un lavoro, all'industriale se voleva vendere, all'impresario se voleva costruire. E come abbiamo poi visto anche il becchino; se voleva accaparrarsi un funerale di un povero vecchio morto all'ospizio doveva elargire una tangente al direttore.

(Paradossalmente ci fu il lato positivo, il decentramento di tipo federalistico tanto auspicato alla fine degli anni Novanta, negli anni Settanta era già di fatto. In alcune zone fu la manna. Abili politici concentrarono e distribuirono le risorse in un modo così capillare che modificarono il territorio, poi l'indotto fece il resto. Il colore non c'entrava, perché questo accadeva sia in zone bianche che in zone rosse. Era una questione di spregiudicatezza di certi politici non certo privi di una certa abilità. A pagare, altre zone, dove c'erano i politici fermi al 1922, i cosiddetti "padri della patria", idealisti, ingenui, fuori dal tempo; o ignoranti.

In questa situazione nasce il "compromesso storico" che però è stato definito anche come il "compromesso cronico", un'idea consociativa per entrare nel sistema partitocratico (a livello nazionale). Berlinguer con il suo PCI non voleva essere tagliato fuori. Del resto appare chiaro nelle sue intenzioni: se era disposto a coesistere con il sistema, sanzionava quel regime che aveva fino allora combattuto, e legittimava la partitocrazia così tanto criticata. Nel primo articolo su Rinascita, il titolo era Imperialismo e coesistenza. Che significa "vivere insieme" e non certo voleva dire che uno doveva vivere guardando l'altro, e la coesistenza per essere tale implica pari diritti e doveri, quindi è sottintesa la spartizione dei privilegi.

Di fatto questa legittimazione esisteva già. Non a livello nazionale, ma solo locale, in certe regioni dove la sinistra dominava; il "sistema" partitocratico era identico a quello dove in altre regioni dominava la DC. Le porte e gli sportelli nella partecipazione al potere locale erano identici. Dalle giunte rosse romagnole si ottenevano le stesse "cose" come nelle giunte bianche venete. Si apriva una fabbrica in Toscana o in Romagna se c'era l'appoggio rosso, e in Abruzzo o nel Veneto se c'era l'appoggio bianco. Il sistema capitalistico dunque non era aborrito, ma funzionava nelle "Cooperative" rosse come nelle "Società" ("cooperative" anche queste) bianche. Le prime versavano il (popolare) "contributo", nelle seconde la (più colta) "elargizione".
3/18/2008 4:07 PM
 
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In entrambe le due attività è inutile nasconderlo non c'erano né ideologie collettivistiche né ideali evangelici; nelle prime erano tramontate le rivoluzioni, e nelle seconde non esisteva più la dannazione riservata ai ricchi. C'erano invece reali, nuove, concrete, rendite elettorali per gli uni e per gli altri dentro una Italia imborghesita e del tutto diversa da una Ucraina collettivizzata o da una Cina maoizzata.

E se in Romagna a vocazione alberghiera nascono in questi anni 5000 alberghi "rossi", nel Veneto a vocazione artigianale nascono 5000 aziende industriali "bianche". Ma in entrambe senza un padrino non potevano nascere. Lo stato centrale, la politica del Palazzo già da molto tempo - dall'inizio degli anni Sessanta - quindi prima di quello berlingueriano, aveva già fatto un "compromesso", non palese ma molto "pragmatico".

I due grandi partiti non si sono ostacolati a vicenda, si erano in certi corridoi già abbracciati (1962 - Fanfani) per non cadere entrambi. Le feroci prediche lombardiane e le crociate di Gedda degli anni Cinquanta erano solo più un ricordo; ed erano sparite le profonde incompatibilità. C'era stata poi una pausa, quando gli "amici" liquidarono l'audace FANFANI; ma in dieci anni anche i più irriducibili, con un Paese profondamente cambiato, avevano capito che per sopravvivere, di abbracci simili ne dovevano fare altri. Non per nulla rientra quest'anno proprio lui, FANFANI, al congresso DC per sollecitare il ritorno a un centrosinistra (anomalo); e spunta subito dopo RUMOR con il "suo" governo, (suo ma di MORO) che alla fiducia della Camera il PCI pur votando contro annuncia un "opposizione diversa". Era il 9 Luglio, e Berlinguer aveva già deciso cosa fare, mentre il golpe del Cile è dell'11 ottobre. (la storia della temuta svolta come in Cile, una grossa "balla", un pretesto per non perdere la faccia).

Berlinguer aveva capito che la possibilità dell'alternanza non esisteva più né a breve né a lungo termine, la prospettiva di fare nuovi seguaci sventolando la bandiera del sistema anticapitalistico nell'Italia di 13 milioni di auto, che mangiava già carne come in America e non rinunciava alle vacanze al mare a Rimini, era pura utopia. Ormai ai modelli collettivistici non ci credeva più nessuno e nemmeno li volevano, il modello (lo diceva già Mussolini nel 1921) semmai era a ovest non a est. Era tramontata l'idea di combattere il capitalismo e la liberaldemocrazia con la falce e il martello. Era meglio la partecipazione al potere, e adeguarsi al "sistema", dove molti elementi della socialdemocrazia, pur con tanti problemi ancora irrisolti, erano già presenti in Italia, in Francia e in Germania. Ci voleva l'occasione per formalizzare queste scelte e l'occasione venne con il Cile.

3/18/2008 4:08 PM
 
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Il "compromesso" serve a Berlinguer per accelerare il revisionismo interno, essere autonomo da Mosca, attenuare il leninismo e lanciare l'eurocomunismo, dopo aver "scoperto" (Russia e Cina lo hanno già fatto da alcuni mesi!) il mercato capitalistico. E pur con delle cautele Berlinguer fa proprie certe esigenze della Banca d'Italia e appoggia le misure di austerità volute da CARLI, il governatore. Viene chiamato a collaborare più Berlinguer che è fuori dal governo che non i socialisti che hanno fatto di tutto per entrarci e sono appunto dentro; ma amaramente si accorgono di fare le belle statuine.

Perfino la CGIL già il 6 luglio (notare la data) abbandonando la politica rivendicazionalista ha preso le distanze dall'Urss ed è uscita dalla federazione sindacale mondiale di Mosca.

BERLINGUER in questa operazione non è un isolato, e anche se ci sono i "padri nobili" dentro il partito; questi (Paietta, Amendola, Longo, Ingrao ecc.) hanno ormai poco potere effettivo, contano poco, inoltre i problemi di questi anni anche volendo non li possono proprio capire.

I fedelissimi (questi sì "rivoluzionari" in un altro senso) sono quelli dell'ala destra del gruppo dirigente: CHIAROMONTE, BUFALINI, NATTA, DI GIULIO, BARCA, NAPOLITANO. Poi in periferia ci sono gli emergenti segretari che guidano le federazioni: RENATO ZANGHERI, ADALBERTO MINUCCI, DIEGO NOVELLI, MAURIZIO VALENZI, GIUSEPPE D'ALEMA, EUGENIO PEGGIO, ARMANDO SARTI, ALDO TORTORELLA, ALFREDO REICHLIN. Tutti già pronti in prima linea per conquistare, alcuni subito, altri alle prossime elezioni, le amministrazioni di città come Torino, Venezia, Genova, Napoli, Roma, Bologna (e senza tanti ostacoli).

Del resto era già stato profeta lo scorso anno sul "Corriere" della sera ENZO BETTIZA il 12 marzo: "Esce simbolicamente la vecchia guardia togliattiana.... subentra una generazione nuova....una generazione giunta alla maturità attraverso le campagne parlamentari, non attraverso il carcere o l'esilio in maniera oltremodo contraddittoria: è maturata cioè, nello stesso tempo, in sintonia e in polemica con il sistema democratico italiano". (Il Cile c'entrava proprio poco nella decisione).

Già dal governo RUMOR (del 9 luglio), il PCI aveva annunciato una "opposizione diversa", sono state liquidate le precedenti formule che avevano, fino all'ultimo (quello di ANDREOTTI, di centro, con il PLI) messo in crisi vari governi. Da questo momento (ripetiamo 9 luglio) iniziano a essere rimpiazzate da formule via via più aperte verso il PCI. Da questo '73 e fino al '76 sono anni che assomigliano a quelli dal '59 al '62, con il PCI al posto del PSI. Ma a farne le spese, sono ora i socialisti. In particolare il PSI di DE MARTINO, che quando inizia a vedere la DC concordare diverse strategie con il PCI, questi accordi li ritiene e li chiama "schiaffi", si accorge che è un "palese disprezzo rivolto a noi socialisti". Ma la perdita delle staffe di DE MARTINO (anche lui fuori dal tempo), la profonda crisi dentro il suo partito, ha un solo sbocco nei prossimi anni: e porta alla "rivolta dei quarantenni" con CRAXI in testa.
3/18/2008 4:14 PM
 
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3/18/2008 4:14 PM
 
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Le polemiche però non sono solo dentro i socialisti, ma anche in una minoranza nello stesso PCI. Questo avvicinamento all'area di governo per alcuni sembrò un tradimento. La proposta di Berlinguer - questa l'accusa più grave - è che di fatto sanzionava il regime, legittimava il sistema e più che una collaborazione era il "compromesso della lottizzazione". Nell'ala "sovietica" è rimasto solo ARMANDO COSSUTTA, mentre nella sinistra extraparlamentare c'è tanta delusione; c'è avvilimento dentro i gruppi più radicali, e le polemiche si trasformano in veri e propri conflitti interni della sinistra, fino al punto che le contestazioni degli estremisti prendono drammaticamente la strada più perversa e irrazionale, quella del terrorismo.

Terrorismo drammatico ma comunque non destabilizzante, fino al 9 luglio 1976 (Governo Andreotti con l'anomala "non sfiducia" del Pci), poi il terrorismo (nasce "Movimento '77) scoppiò più virulento di prima (inizio "anni di piombo") proprio mentre nel Paese c'era già una progressiva dissoluzione degli estremisti e si era riusciti a sgominare il terrorismo.

Non c'era stato in tre anni (con il "compromesso") nessun cambiamento, ma semmai un peggioramento nell'economia (i debiti pari ai cinque anni precedenti) ed erano aumentate le carenze nel sociale, mentre l'inflazione galoppava, decurtava gli stipendi al 20% annuo). Alle grandi emergenze il governo aveva messo solo toppe (il blocco dei prezzi, l'austerità, le disincentivazione della scala mobile, la tassazione sui beni opulenti, tasse una-tantum su case, auto, barche ecc.), tutte cucite insieme al PCI, che il linea di principio le respingeva, ma di fatto le avallava e perfino le concordava (basti ricordare gli interventi sul Mezzogiorno - con De Martino infuriato).

Finiva insomma dopo tre anni, questa bella favola del "compromesso". Per alcuni era la "solidarietà nazionale" dove non vi era altra alternativa, per altri "un errore grave", un "tradimento". Sono questi ultimi che fanno scoppiare una nuova ondata del dissenso nelle rinate o rinnovate giovanili Unità combattenti comuniste, nei Comitati rivoluzionari comunisti (Prima Linea, Brigate Rosse ecc.) e a iniziare la peggiore serie di attentati a giornalisti, magistrati, dirigenti e persino a operai sindacalisti: 2128 attentati , 32 gambizzati, 11 uccisi, solo nel '77! Poi nel '78 si arriverà ancora più in alto, molto in alto a punire gli "autori" -secondo loro- che avevano promosso questo consociativismo.

Ritornando a questo 1973, a qualcuno sembra che il "compromesso" di Berlinguer è nient'altro che una idea della stessa DC. O meglio FANFANI lo ha proposto in questo 3 giugno (parlando ai socialisti ma pensando ai comunisti), ma è MORO a "ipnotizzare" BERLINGUER e fargli scrivere gli articoli del 28 settembre e del 5 - 12 ottobre. E una ragione c'era.
3/18/2008 4:15 PM
 
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La DC, attanagliata dalla corruzione persino al suo interno, sempre al centro dell'attenzione con gli scandali a catena, accusata di manovrare i servizi, di essere la causa dell'inflazione, la causa delle mille e mille difficoltà nazionali; spaventata di essere nel mirino dei giovani estremisti di sinistra, vuole mettersi al riparo da tutte queste accuse e timori. Timori più che fondati; il 17 maggio RUMOR è scampato alla strage a Milano solo per un contrattempo, e l'irriducibile RUMOR il successivo 9 luglio, ancora sconvolto, sale a palazzo Chigi con il "compitino-lista" fatto da Moro. Poi alla Camera alla fiducia è subito rassicurato dai comunisti che faranno una "opposizione diversa". (non c'era di mezzo ancora il Cile!).

Il "compitino" di MORO che recita RUMOR alla Camera come un automa, ancora sotto choc, è il mezzo per assicurare alla DC a livello parlamentare una convergenza occulta con il PCI, e assicurarsi una certa governabilità, dividendo e coinvolgendo virtualmente in Parlamento la sinistra nelle responsabilità. A MORO, per arrivare a questo disegno, BERLINGUER gli tornava utile. Occulte e virtuali perché vedremo subito le violenti reazioni del PSI, che pur dentro nel governo, la sua alleata DC preferiva incontrarsi, colloquiare, concordare e appoggiarsi al PCI; con De Martino che andava in escandescenze.

Autore FANFANI e stratega MORO. Non per nulla al rapimento di Moro, a non schierarsi con "la fermezza" per salvargli la vita é proprio Fanfani. Mentre BERLINGUER, schierandosi, non faceva altro che difendere uno Stato già marcio che poche ore prima, ancora una volta proprio con MORO, aveva salvato stipulando un altro "compromesso", mettendo il PCI davanti a un bivio. Berlinguer, lento nel capire i cambiamenti, secondi alcuni fece un grande errore, secondo altri (Oggi Veltroni e D'Alema pensano queste cose) semplicemente "perchè era debole: era un ideologo, non un uomo politico".

La fermezza era un "complotto". Il terrorismo un mezzo. I servizi segreti legati alla CIA, le minacce americane, pura fantasia. Gli americani il "compromesso" lo titolarono nel Time, come la "minaccia rossa", e pochi giorni prima dell'attentato (il 12 gennaio '78) gli USA invitavano ufficialmente i leader democratici italiani alla fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche". Ma non per questo, era il responsabile del terrorismo, anzi l'incontrario, lo conosceva perfettamente, ma era un "brodino" locale, che riusciva a mantenere certi equilibri meglio di tante altre soluzioni politiche traumatiche. Era utile per cuocere a fuoco lento e non per nuocere la classe politica. Nel puro cinico stile di Churchill. '43 "L'Italia? Lasciate che cuocia per un po' di tempo" e ci regalò due anni di guerra civile!

Fermezza: Questa parola ispirata dagli americani, dentro il "Palazzo", dopo pochi, giorni la si mutuò e se ne abusò perfino; capitava a proposito, col "fattaccio": serviva ed era un buon alibi.
3/18/2008 4:15 PM
 
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Steve Pieczenick, inviato dagli USA, il massimo esperto di terrorismo, calò su Roma, dentro l'unità di crisi. Trovò un muro di gomma, e affermerà in seguito davanti al magistrato Pellegrino: "Non c'era la volontà politica di salvarlo. Troppe le fughe di notizie sulla strategia da adottare, così me ne tornai a casa prima del previsto". I fatti confermano che si poteva salvare Moro e catturare tutti i brigatisti, visto che c'erano tantissimi infiltrati. I brigatisti in seguito diranno che agirono da soli e negheranno qualsiasi infiltrazione. Ma quando venne il momento, gli infiltrati parlarono; e parleranno ancora nei prossimi anni. Per il momento tacciono. Forse (ma l'autore ne dubita) dopo il 2000 scopriremo che alcuni, hanno accettato perfino di farsi anni di carcere piuttosto che far scoprire le carte. Troppi i politici coinvolti ancora in vita e anche tanta la volontà di tacere o (forse) tener fede alla parola data. Poi per quanto riguarda la negazione dei brigatisti, questi non sapevano (e forse non lo scopriranno mai) nemmeno chi era il compagno che avevano accanto; potevano scoprirlo solo se l'infiltrato era un "pollo". Insomma nei delitti non esiste il "delitto perfetto", diventa tale solo quando le indagini sono "imperfette". E di indagini imperfette ce ne sono state a iosa.

Abbiamo delineato per il momento solo lo scenario di questo 1973: il clima politico, il terreno dove si è seminato il compromesso, e il protagonista Berlinguer. Ma lui non è abile in questa "opera-progetto" di Moro, e non è clamorosamente neppure abile perfino quando (nonostante il suo immobilismo che fa scatenare i dissidenti) alle elezioni del 1976 il PCI guadagna voti ed è potenzialmente un partito vincente. Berlinguer dimostra di non avere alcuna altra strategia se non quella di accettare un altro "compromesso", non capace cioè di andare fino in fondo a costo di perdere qualche moderato e qualche socialista. Certo non c'era una maggioranza alternativa, ma aveva una grande forza il PCI che l'abilitava a governare. Berlinguer perse una grossa occasione di passare alla storia del XX secolo d'Italia come statista.

Avremo l'occasione di riparlarne ancora, siamo solo agli inizi di una prima fase politica dove il terrorismo dei dissidenti - stile Tupamaros uruguayani - semina sul suo percorso alcune vittime, poi nella seconda - al secondo "compromesso" - la nuova fase è tutta all'"italiana" e semina il terrore nella stessa classe politica dove la "lotta di classe" non c'entrava più nulla, c'era la "lotta di potere", che alcuni non volevano più spartire.
3/18/2008 4:16 PM
 
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Ma leggiamo altri commenti di questi fatti


Il compromesso storico

.... L'espressione compromesso storico nasce nel 1973, dopo una riflessione sull'esperienza del golpe fascista in Cile da parte del gruppo dirigente comunista. Ma sarebbe assai improprio pensare che questa formulazione e questo concetto costituissero una innovazione radicale, una svolta nella politica del Pci.

.... Al contrario il compromesso storico rappresenta la traduzione in termini politico-istituzionali di una strategia lungamente elaborata e coerentemente assunta dal Pci fin dal 1946; questa strategia assume nel tempo varie formulazioni, come via italiana al socialismo, politica di nuove maggioranze, ma il suo filo di continuitá é costituito da una ricerca costante di un equilibrio fra pratica riformista e linguaggio ideologico rivoluzionario.

.... Negli anni seguenti la morte di Togliatti, un numero crescente di giovani quadri comunisti, soprattutto di formazione studentesca, erano stati attratti fuori dall'orbita del partito da due forze magnetiche importanti : la prima era senza dubbio l'impatto della rivoluzione culturale cinese sia sui vecchi militanti stalinisti, ai quali restituiva una identitá aggressiva antikruscioviana, sia sui nuovi militanti studenteschi, ai quali insegnava principi decisamente antistalinisti come: "le minoranze vanno rispettate perché spesso la veritá é dalla loro parte".

.... La seconda forza magnetica era costituita dalla ripresa delle lotte operate che manifestavano l'emergere di una composizione sociale ormai profondamente mutata rispetto al dopoguerra, e in cui tendevano ad assumere un ruolo determinante le componenti meno omogenee alla cultura comunista tradizionale - come gli emigrati meridionali che a ondate successive venivano a riempire le grandi fabbriche del nord.

.... Il Pci negli anni seguenti al '68 vive due differenti tendenze: da una parte riesce a capitalizzare in termini di voti e di influenza sociale la spinta che proviene dal movimento studentesco, dall'altra si trova a fare i conti con una perdita di autorevolezza e di egemonia fra le avanguardie operaie di nuova formazione. Per la prima volta, nel '69, assistiamo a lotte operaie di massa, autonome dalla direzione sindacale e di partito.

.... A metá degli anni Sessanta, il problema del rapporto fra classe operaia e partito si era posto a piú riprese, in particolare nella Conferenza d'organizzazione di Genova del '66 il partito si era impegnato a ricostruire il suo ruolo in fabbrica; ma il problema per i comunisti era radicale. Proprio perché gli interessi generali dell'economia, della nazione, dello Stato erano considerati il punto di riferimento dell'azione politica del partito, ogni spinta antiproduttivistica, egualitaria e radicalmente anticapitalistica non poteva trovare nel partito una traduzione e una disponibilitá adeguata.

..... Di fronte al formarsi di una nuova composizione di classe, in seguito all'immissione di operai giovani e immigrati, estranei alla tradizione politica comunista, estranei al mito produttivista di derivazione gramsciana, e soprattutto estranei alla cultura statalista del movimento operaio ufficiale, il Partito comunista cominció a perdere sempre piú rapidamente il controllo delle lotte di avanguardia.

..... All'estremismo operaio il Pci rispondeva con la politica delle alleanze con i ceti medi; ma quella che fino agli anni Sessanta poteva sembrare una politica rivolta a conquistare egemonia culturale e direzione politica, dopo il '68, e ancor piú dopo l'autunno caldo, apparve puramente e semplicemente come una politica di cedimento, di sgretolamento della forza politica operaia.

..... Il '73 rappresenta indubbiamente l'anno chiave in questo processo di divaricazione tra avanguardie operaie e Partito comunista. E ció per due opposte ragione. Le avanguardie operaie e proletarie ricevettero un segnale decisivo dall'occupazione di Mirafiori: era possibile organizzarsi autonomamente fino al punto di scatenare l'occupazione della piú grande fabbrica italiana, senza alcuna partecipazione del sindacato e del partito, anzi dichiaratamente contro queste forze.

..... Il Pci ricevette un segnale del tutto opposto dal colpo di Stato fascista cileno: non é possibile andare ad uno scontro frontale con la borghesia, anche se si é forza di maggioranza, perché questo provocherebbe una reazione di tipo fascista, e dunque bisogna proporre al maggior partito della borghesia un compromesso che rappresenti la congiunzione fra tutte le forze sociali del paese in una prospettiva di solidarietá nazionale. Niente di piú distante dalle tensioni che attraversavano l'intero corpo sociale. La divaricazione fra Partito comunista ed avanguardie sociali divenne scissione verticale, contrapposizione violenta.

..... Ma dopo il '73 la scissione fra partito e avanguardie cominció ad assumere anche un altro contorno, piú drammatico e piú profondo di quello costituito da una semplice divaricazione politico-programmatica. Cominció ad assumere le caratteristiche di una spaccatura fra due settori dell'area sociale del proletariato metropolitano. In sostanza, cominció a delinearsi quella divisione fra proletariato garantito e proletariato non garantito che nel '77 costituí il motivo piú importante della crisi della sinistra.

.... Quando diciamo proletariato non garantito non intendiamo unicamente i disoccupati, gli studenti, i giovani in cerca di prima occupazione, ma intendiamo anche quelle fasce di nuovo lavoro operaio che erano piú esposte agli effetti della ristrutturazione e della riduzione di forza-lavoro che, nel corso degli anni Settanta, cominció a delinearsi come tendenza inevitabile dello sviluppo produttivo e della trasformazione tecnologica.

..... Una prima avvisaglia di questa tendenza, ad esempio, la troviamo nella vertenza dell'Innocenti, dove il padrone espulse un terzo della manodopera, guarda caso proprio gli operai giovani, molti dei quali legati alle formazioni politiche dell'autonomia. Nell'autunno del '76 si giunse allo scontro fra gli operai licenziati (che volevano rientrare in fabbrica insieme ad alcune centinaia di studenti e militanti autonomi) e gli operai anziani, legati al Pci, il cui posto di lavoro, per il momento, non veniva intaccato.

.... La politica del Pci di fronte all'emergere di un movimento dei non garantiti, che nel '77 si manifestó in tutta la sua ampiezza e in tutta la sua potenza distruttiva, fu tale da accentuare in modo provocatorio la contrapposizione, e da spingere, indirettamente, alcune frange significative di avanguardie operate verso la lotta armata.

.... Sospinto dalla vittoria elettorale del '76 e dall'adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d'ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel '77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel '77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

..... Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunció a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell'orario di lavoro.

..... Quando, nel '77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un'assemblea nazionale operaia (il Lirico dell'aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d'ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell'orario di lavoro a paritá di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

.... Pagó questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli - ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il "fondo del barile" (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) - cacció fuori quarantamila operai e distrusse l'organizzazione operaia e l'intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano. (PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )
3/18/2008 4:58 PM
 
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e ancora:

L'occupazione di Mirafiori e l'emergenza dell'autonomia come progetto politico. - Il 1973 segna una svolta importante nella storia del movimento proletario in Italia, e anche nella configurazione organizzativa della sinistra rivoluzionaria. L'evento centrale fu senza dubbio la conclusione drammatica della vertenza contrattuale, con l'occupazione della Fiat Mirafiori, che segnó 1'episodio culminante dell'intero ciclo di lotte autonome iniziato nel '68.

..... Gli anni precedenti, '71 e '72, erano stati caratterizzati da una crisi dei gruppi della sinistra extraparlamentare e da un riflusso delle lotte di fabbrica, mentre, parallelamente, emergevano gruppi sociali attivi nel territorio metropolitano delle grandi cittá, e il baricentro del movimento andava spostandosi dalla dimensione di fabbrica a quella dell'appropriazione sociale. Proprio in questo passaggio l'occupazione della Fiat segna un momento di congiunzione essenziale. Inoltre l'occupazione di Mirafiori determina il collasso della funzione svolta dai gruppi rivoluzionari, svuotando la loro funzione d'avanguardia. Nel mese di marzo, a Torino, si creano le condizioni per dare la spallata finale alle resistenze padronali alla conclusione dell'accordo; la piattaforma sindacale chiedeva inquadramento unico, paritá di trattamento per quanto riguarda le ferie, settimana di 40 ore su cinque giorni (sabato libero), riduzione delle ore straordinarie obbligatorie. In marzo andava delineandosi un accordo insoddisfacente, ed il sindacato era sottoposto ad una intensa critica operaia. Gli operai della Fiat iniziarono forme di lotta autonome, fino a giungere, a metá del mese, a lanciare uno sciopero ad oltranza che in poco tempo si generalizzó a tutte le officine di Mirafiori, ed anche ad altre sezioni.

..... Quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine, ma, nonostante questo, il 27 circoló la voce di un accordo inadeguato al numero di ore di sciopero (oltre 170) giá spese dagli operai. La mattina del 29 i gruppi rivoluzionari - in particolare Lotta Continua e Potere Operaio - si presentarono alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero ad oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era piú pesante del previsto. E, poco dopo 1'entrata del turno, cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l'occupazione. Piú tardi, mentre "La Stampa" annunciava che era stato fatto l'accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.

..... Le forme organizzative dell'occupazione rimasero per tutti misteriose, forse per gli stessi operai. Ma certamente lá dentro stava accadendo una cosa molto importante: la nuova composizione sociale degli operai portava dentro la fabbrica modelli di comportamento che piú nulla avevano a che fare con la tradizione del movimento comunista. Questi modelli di comportamento prendevano origine nella vita quotidiana dei proletari di nuova immissione. Non piú emigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli, ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati, e formatisi nel clima delle lotte studentesche e delle esperienze aggregative di quartiere. L'occupazione di Mirafiori costituisce la prima manifestazione del proletariato giovanile in liberazione che costituirá il reticolo sociale portante delle lotte degli anni seguenti, fino all'esplosione del 1977.

..... Nell'esperienza dell'occupazione di Mirafiori emerse la radicalitá di un rifiuto consapevole della prestazione lavorativa. Il rifiuto del lavoro si era fatto movimento consapevole, ma non poteva costituire il suo sistema organizzativa all'interno della fabbrica. Nei giorni dell'occupazione Mirafiori era come una cittadella inespugnabile, e lo Stato si guardó bene dall'intervenire in qualsiasi modo. Peró quella cittadella era tutt'a un tratto inutile. Il padrone era piegato, gli operai avevano ribadito la loro estraneitá a qualsiasi accordo, pur imponendo un sostanziale passo in avanti su questioni fondamentali dell'egualitarismo (ferie, inquadramento, riduzione degli straordinari).

..... Peró il problema si spostava ad un ambito piú ampio. Il movimento doveva esprimere un'altra direzione e nuovi orizzonti. Le prime avvisaglie della crisi, accelerata poi dal rincaro del petrolio, portavano sulla scena nuovi attori: inflazione, disoccupazione, marginalizzazione di interi settori, espansione del circuito del lavoro nero; questi erano gli aspetti di un processo di metropolizzazione che andava disegnandosi.

..... Le urla senza senso, senza piú slogan, senza piú minacce né promesse dei giovani operai con il fazzoletto rosso legato intorno alla fronte, i primi indiani metropolitani, quelle urla annunciavano che una nuova stagione si apriva per il movimento rivoluzionario in Italia. Una fase senza ideologie progressiste né fiducia nel socialismo, senza alcuna affezione per il sistema democratico, ma anche senza rispetto per i miti della rivoluzione proletaria, mostrava le sue prospettive. Fu in questo mutamento di scenario che prese forma il nuovo fenomeno politico-culturale dell'autonomia operaia.

.... Autonomia operaia era un'espressione largamente usata nel linguaggio sindacale e gruppettaro. Era una formulazione subordinata a quella di autonomia sindacale; l'indipendenza dell'organizzazione sindacale dal gioco dei partiti politici era stato un principio importante negli anni Sessanta, ma conteneva elementi di ambiguitá, di contrattualismo subalterno, di spoliticizzazione della lotta operaia. Autonomia operaia voleva dire qualcosa di piú: significava autorganizzazione delle lotte al di fuori della gestione sindacale e dalle logiche politiche.

....Ma nel '73 1'espressione autonomia operaia - prese a significare qualcosa di nuovo, qualcosa di piú radicale. Prese a significare che 1'esistenza operaia, la comunitá solidale proletaria puó organizzare condizioni sociali di scambio, di produzione e di convivenza autonome dalla legalitá borghese. Autonome dalla legge dello scambio, dalla legge della prestazione di tempo, dalla legge della proprieta privata. Il principio di autonomia assunse il suo pieno significato etimologico: la socialitá proletaria definisce proprie leggi e le pratica sul territorio occupato militarmente dalla borghesia. Questo principio si diffuse rapidamente, e determinó la crisi e la residualizzazione dei gruppi extraparlamentari.

.....Si potrebbe dire che dal 1973 emersero una tendenza neo-leninista e militarista che si configuró come Autonomia Operaia Organizzata - con tutte le lettere maiuscole - ed una tendenza creativo-desiderante che privilegió il diffondersi sociale dei comportamenti alla loro organizzazione politica. Ma sarebbe una semplificazione inadeguata.

....Questa valutazione, che sta alla base di tutta la pratica resistenzialista antiristrutturazione, di tutta la ripresa della mitologia tardocomunista della guerra civile e della giustizia proletaria, questa valutazione é sbagliata e limitante. II movimento dell'autonomia viene cosí disegnato come movimento di resistenza resistenza contro la ristrutturazione capitalistica, e sopravvalutazione della capacita di tenuta della composizione sociale proletaria uscita dal movimento di lotte '68-'73.

.....La difesa dell'identitá politico-culturale del movimento fu conclusa con la rigiditá della composizione sociale della forza-lavoro, e il rifiuto di adeguarsi alle nuove forme tecnologiche dell'organizzazione del lavoro.

In realtá fin dal 1973 la controffensiva padronale miró proprio a colpire le basi strutturali della composizione di classe. Prima di tutto il blocco delle assunzioni e del turn-over in tutto il ciclo Fiat. Poi, lentamente, dapprima e in seguito sempre piú in maniera vorticosa, l'introduzione di tecnologie labor-saving, lo scorporo delle grandi unitá produttive. Da quella svolta prendeva inizio la profonda ridefinizione dell'intero assetto produttivo italiano (ma si tratta di un processo internazionale) con la marginalizzazione del lavoro industriale, la espansione dei cicli di lavoro immateriale: gli anni Ottanta.

.... L'autonomia non precostituí affatto le condizioni culturali per attraversare quella transizione produttiva e sociale, quella decomposizione; cercó di surrogare istericamente un processo di ricomposizione sociale che doveva essere seguito dall'interno, rinunciando a forzature soggettive, a ipostasi di partito. Ma questa é storia che maturó negli anni seguenti, in quel periodo che prepara il '77, nel quale si mancó l'occasione di predisporre le carte per un nuovo processo di ricomposizione, si mancó l'occasione di comprendere le linee di mutazione del lavoro umano, in seguito all'ondata del rifiuto del lavoro, si mancó l'occasione di individuare i nuovi terreni su cui si spostava il dominio, e su cui doveva spostarsi anche l'azione critica, l'autorganizzazione, l'invenzione rivoluzionaria.

....Tra la fine di Potere Operaio, la nascita dei Consigli e la crisi dei gruppi politici organizzati, si costituiscono nelle fabbriche le prime assemblee autonome. La spinta maggiore alla loro nascita viene data, oltre che da una complessa serie di quadri politici formatisi nelle lotte, dalla grande lotta alla Fiat nel '72/'73, da quel complesso quadro politico operaio che verrá definito il "partito di Mirafiori".

....L'attivitá delle Assemblee Autonome Operaie (che pubblicheranno giornali come Senza Padroni, all'Alfa Romeo, Lavoro Zero a Porto Marghera, Mirafiori Rossa a Torino ecc. ) si collega ai nascenti C.P.S. (Collettivi Politici Studenteschi) e Collettivi Autonomi che nascono in molti quartieri proletari metropolitani, dando vita ad una vasta e informate rete di conflittualitá nel sociale, nella scuola, nella fabbrica, che per caratteristiche di obbiettivi e di contenuti puó definirsi la nascita dell'area dell'Autonomia. Confluiscono in questa "Area" molte componenti. Nell'area milanese, dalla crisi di Potere Operaio, nasce il giornale Rosso in cui confluiscono per altro componenti provenienti da altre organizzazioni in crisi. Sempre a Milano l'uscita da Lotta Continua della "corrente operaia" porterá alla nascita di Senza Tregua e piú tardi, in un complesso interscambio di esperienze, ai Co.Co.Ri.

.... Nel Veneto le aree autonome si raccoglieranno intorno ai Collettivi e al giornale Potere Operaio per il Comunismo che, dopo il '77, prenderá il nome di Autonomia.

..... A Roma, dalla deriva del Manifesto, si produce Rivolta di Classe che dal "77 diventerá i Volsci costituendo una delle aree piú importanti della Autonomia nel Centro-Sud. Sempre a Roma, dalle complesse vicende della scomposizione di Potere Operaio e di altri organismi, nasceranno nel '78 le riviste Metropoli e Preprint.

..... Il movimento '77 é il punto piú alto della diffusione di massa dei comportamenti autonomi che producono decine di giornali ispirati ad A/traverso che, nato nel '75, raggiungera nel '77 le 20.000 copie. E in realtá il movimento '77 si caratterizza per la comparsa sul mercato del lavoro di un soggetto proletario ad alta intensitá di conoscenze e con buon livello di studio che si differenzia dall'operaio-massa perché rifiuta l'inserimento "coatto" nella fabbrica e delinea una specie di operaio sociale teorizzato precedentemente da alcune aree dell'autonomia che affermavano la tendenziale necessitá di abbandonare il terreno della fabbrica. (PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 ).

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