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Pensieri, parole, frasi celebri....
<<...nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente!>>
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Camillo Benso Conte di Cavour

Last Update: 4/2/2008 2:14 PM
4/2/2008 1:59 PM
 
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Da affarista a padre della patria





Nacque il 10 agosto 1810 a Torino, capoluogo allora d'un dipartimento dell'impero napoleonico e morì sempre a Torino nel 1861. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour fu da giovane ufficiale dell'esercito. Lasciata nel 1831 la vita militare, dopo che qualcuno gliela stroncò per un amore di un ardente repubblicana genovese (Anna Giustiniani), amore tragicamente concluso.
Per queste amicizie allora poco raccomandabili, anche se non fu punito, fu trasferito al forte di Bard. E in quell'isolamento, di avvilimento e di buia depressione, Cavour lasciò il servizio militare; erano gli anni delle repressioni e, detestando la politica carloalbertina, nel 1833 lo troviamo fra i seguaci della "Giovine Italia", ma che ben presto li definisce "dei cervelli bruciati".
Per quattro anni viaggiò in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i principi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.

Rientrato in Piemonte nel 1835, si occupò soprattutto di agricoltura e si interessò anche di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour divenne uno degli uomini più ricchi del Piemonte.
Il padre fece fortuna sia nel periodo napoleonica, sia dopo. Amministratore di una grande tenuta dei Principi Borghese, lo troviamo pochi anni dopo proprietario della stessa. Diventato vicario della Polizia nel Regno sabaudo, affida le tenute al figlio che, per renderle moderrne con le nuove tecniche, i concimi, le colture, viaggia all'estero per conoscerle, dando così un forte impulso a questa attività.
Ma all'estero Cavour non scopre solo le tecniche agricole, scopre la politica; e soprattutto scopre quella "politica della via di mezzo, fra gli eccessi dei rivoluzionari e dei reazionari".
Non fu un ripiegamento degli entusiasmi dei primi anni Trenta, ma un nuovo modo di vedere la realtà economico-sociale; con un nuovo spirito; il suo! tutto particolare.




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4/2/2008 2:00 PM
 
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La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segnò l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti. Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo), Cavour fu chiamato a far parte del gabinetto d'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente fu nominato ministro delle Finanze e con tale carica egli assunse ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare egli stesso presidente del Consiglio (4 novembre 1852).

Quando fu nominato presidente del Consiglio, egli aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari. In politica interna egli mirò innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale la libertà fosse la premessa di ogni iniziativa. Convinto com'era che i progressi economici sono estremamente importanti per la vita politica di un paese egli si dedicò ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese:

l'agricoltura: venne valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli;

l'industria: venne rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile;

il commercio: fondato sul libero scambio interno ed estero e agevolato da una serie di trattati con la Francia, il Belgio e l'Olanda (1851-1858) subì un forte aumento.

Inoltre provvide:

a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi;

al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.
4/2/2008 2:01 PM
 
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Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinse Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non aveva creduto opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avvertì la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Comunque il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò per l'appunto egli mirò con tutto il suo ingegno. Il 21 luglio 1858, incontrò Napoleone III a Plombières dove furono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria. Il trattato ufficiale stabiliva che:

la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito;

* in caso di vittoria, si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa, ma dominata sostanzialmente dal Piemonte:
* uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia;
* uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria;
* un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie;
* un quarto, infine formato, dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni.

in compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.

Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.

La II guerra d'indipendenza permise l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscitò nei francesi il timore del crearsi uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provocò il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.

Ritornato alla presidenza del Consiglio egli riuscì comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale potè ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Garibaldi al moto "Italia e Vittorio Emanuele" portarono così il 17 marzo 1861 alla proclamazione del Regno d'Italia.
4/2/2008 2:03 PM
 
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Un padre della Patria



Tra coloro i quali vengono considerati “Padri della Patria” sicuramente si deve ricordare il conte Camillo Benso di Cavour.

Il Cavour nacque nel 1810 in Piemonte ed è il secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele Sella. Intraprese, con scarsi risultati, la carriera militare: dopo essere stato dislocato per lungo tempo con il grado di tenente in Valle d’Aosta, si fece congedare affermando e dimostrando che la sua attività militare era ostacolata dalla grave forma di miopia che gli minava la vista.

Il giovane Camillo Cavour rimase affascinato dalle rivoluzioni borghesi avvenute in Francia e nei Paesi Bassi negli anni’30 e ne fu positivamente influenzato tanto da volerne assimilare i principi ispiratori facendone la base della propria formazione politica liberale e liberista.

Per rafforzare la propria preparazione in campo politico, economico ed amministrativo compie una serie di importanti viaggi nelle principali capitali europee che lo porteranno ad entrare in contatto con le menti più illustri del tempo.

Sono di questi anni i primi viaggi nel mondo della grande diplomazia europea.

E’ in questo periodo che si completa la formazione culturale e politica di uno dei più importanti personaggi della storia europea del XIX secolo e del principale artefice dell’unità politica e territoriale della penisola italiana.

Nell’enfasi rivoluzionaria del 1848 il Cavour si avvicina alla politica attiva e sposa le idee liberal-moderate che, pur mantenendo un immobilismo sul tema dell’unità d’Italia (figuriamoci, poi, sul tema di riforme sociali a favore delle classi maggiormente disagiate!), si poneva come obiettivo la ristrutturazione dei poteri tra il Re ed il governo anche alla luce dello Statuto Albertino concesso da Carlo Alberto prima della disastrosa I Guerra d’Indipendenza e poi riconfermato da Vittorio Emanuele II dopo il conflitto e la pace di Novara.

Per portare avanti tali idee liberali in politica, liberiste ed antimonopoliste in economia fonda con il leader del federalismo moderato Cesare Balbo un organo di stampa chiamato il “Risorgimento”; ciò ne consacra il ruolo di esponente di spicco della Destra liberale moderata in Piemonte.

4/2/2008 2:05 PM
 
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Nel governo formatosi all’indomani delle elezioni del 1848 vinte dalla Destra grazie ai principi del “Proclama di Moncalieri” redatto dal Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Massimo D’Azeglio, Cavour entrerà in virtù delle sue capacità in campo economico ed amministrativo assumendo l’incarico di Ministro dell’Agricoltura e successivamente, dopo aver provocato le dimissioni del titolare, ottenendo anche l’interim delle Finanze.

Diviene uno dei principali leader politici del Parlamento subalpino ed uno dei più influenti membri del governo tanto da poterne condizionare l’azione. ma anche la composizione.

Si fa promotore ed artefice di una serie di importanti riforme economiche ispirate da un’idea liberista della competizione economica tendenti a svecchiare lo Stato sabaudo ed a portarlo ad essere in condizioni paragonabili alle principali potenze dell’Europa occidentale.

Le riforme agricole di cui il Cavour si fece sostenitore utilizzando i fondi provenienti dal bilancio statale finirono col beneficiare anche le tenute agricole di cui lo stesso ministro era proprietario. L’opposizione radicale rappresentata da Brofferio lo accusò a più riprese di aver deliberatamente favorito gli interessi degli ambienti politici a lui vicini: ciò fu sicuramente vero, ma non impedì al Cavour di proseguire la propria carriera politica e ministeriale.

Dopo aver provocato la crisi del gabinetto D’Azeglio di cui faceva parte ottiene dal sovrano l’incarico di formare il nuovo governo scegliendo con maggiore libertà i nomi dei ministri rispetto a quanto avevano potuto fare i suoi predecessori anche se la scelta dei responsabili del Ministero della Guerra e del Ministero della Marina rimase di stretta competenza del sovrano.

La coalizione su cui il nuovo governo si basava era un fatto nuovo per la politica piemontese; la maggioranza comprende sia uomini della Destra moderata, sia uomini della Sinistra moderata: è il “Connubio” tra Cavour ed il leader della Sinistra moderata Urbano Rattazzi su cui si dilungano ampiamente tutti i manuali di storia.

Cavour giunse a propugnare tale inedita e peculiare maggioranza parlamentare nata dall’unione dei due principali filoni del pensiero liberale per poter attuare tutte quelle riforme da lui auspicate si cui si è già parlato in precedenza.

Una siffatta coalizione era in grado di poter meglio bilanciare ed arginare le intemperanze e le invasioni di campo del sovrano che, forte dell’ambiguità che lo Statuto aveva a proposito del rapporto Re-Governo, intendeva condizionare fortemente la linea dell’esecutivo considerandone i componenti ed il Presidente poco più che dei suoi funzionari.

Con Cavour ciò sarà molto contenuto poiché si rafforzerà il ruolo del Parlamento e del Governo che in più di un’occasione riusciranno ad imporre la propria volontà anche ad un riottoso Vittorio Emanuele II; ci si stava incamminando verso il raggiungimento di un rapporto Governo-Corona simile alla situazione inglese in cui, come si è soliti dire “il re regna, ma non governa”, anche se tale obiettivo non sarà mai pienamente ottenuto per tutto il periodo di durata dello stato liberale sabaudo prima ed italiano poi, in quanto molto frequenti saranno gli sconfinamenti dei vari sovrani di casa Savoia nel campo della politica nazionale.

Inoltre peculiare fu il ruolo dello stesso Cavour all’interno del governo; per lo Statuto il Presidente del Consiglio non era altro che un primus inter pares, invece Cavour, anticipando così la riforma della Presidenza del Consiglio avvenuta in età crispina e la “legge sul capo del governo” di mussoliniana memoria, assunse un ruolo primario in seno al gabinetto riuscendo ad imporre la propria linea politica all’intero esecutivo.

Il connubio cavouriano, diversamente da quanto si potrebbe facilmente pensare, no ha assolutamente niente a che fare né con le morotee “convergenze parallele”, né tantomeno con il berlingueriano “compromesso storico”.

Si tratta non di un’alleanza strategica e culturale tra diversi soggetti politici con obiettivi affini, ma della nascita di un nuovo “luogo” della politica: si assiste al convergere su posizioni moderate delle ali meno estreme di ambo gli schieramenti e contemporaneamente vi è la liquidazione dei vecchi notabili del periodo albertino a cui fa seguito l’isolamento di quelli che Giovanni Malagodi avrebbe definito “opposti estremismi”: a destra Revel e Menabrea, a sinistra Brofferio escono, così, dal gioco delle alleanze politiche.
4/2/2008 2:05 PM
 
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E’ nato il “centro”, cioè quel luogo politico che, spostandosi un po’ più a destra od un po’ più a sinistra, governerà il Piemonte e poi, dal 1861 fino all’ultimo decennio del XX secolo, il neonato stato italiano, sia durante il periodo monarchico (eccetto il ventennio fascista che, però, poté avvenire a causa dei cedimenti dell’area centrista e liberale), sia durante quello repubblicano.

Secondo le tesi di uno studioso scandinavo, Rokkam, i partiti nascono da grandi fratture sociali, politiche, culturali ed economiche: il partito cavouriano nacque dalla contrapposizione tra le esigenze dello stato liberale contrapposte dalle nostalgie di supremazia degli ambienti clericali e dallo scontro tra i settori più reazionari della nobiltà parassitaria e le ambizioni europee di quella più intraprendente e, soprattutto, della volontà egemonica della borghesia.

Quel centro, nato con cromosomi di tiepido riformismo liberale, diventerà negli ultimi anni del XIX secolo sempre più “palude”, basti pensare a Depretis ed al trasformismo in Italia, ed a Gambetta ed all’opportunismo in Francia, luogo del compromesso inteso nella sua accezione meno nobile, avente come unico fine il mantenimento del potere fine a se stesso.

Probabilmente Cavour non era conscio di aver creato una maggioranza politica di tale importanza, ma la sua opera gli sopravvisse divenendo uno dei pilastri della politica nazionale.

Come ha ben sintetizzato Giovanni Spadolini “In quel lontano 1852, Cavour non pensava che nell’intero quarantennio repubblicano, i termini della lotta politica non sarebbero stati troppo diversi”.

L’opinione di chi scrive, riguardo a questa operazione politica, è abbastanza critica: infatti la formula politica cavouriana, che ha trovato nuova linfa vitale nella politica di Giolitti e nell’interclassismo degasperiano, pur assicurando all’Italia lunghi periodi di stabilità, ha ritardato a lungo, se non addirittura impedito, l’arrivo al governo di una importante parte rappresentativa di un cospicuo numero di cittadini.

Ovviamente ciò non era, all’epoca del Cavour, minimamente considerato poiché il corpo elettorale era assai limitato (appena il 2% della popolazione, ma si deve tenere presente che solo l’1% si recava alle urne!).
4/2/2008 2:06 PM
 
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Un altro aspetto della politica cavouriana molto importante, come hanno dimostrato gli studi di Omodeo, è stata rappresentata dalla volontà di inserire, tramite una forte azione diplomatica, il Regno di Sardegna nel novero delle grandi potenze europee.

In tale ottica va interpretata la partecipazione alla guerra di Crimea dei bersaglieri agli ordini del generale La Marmora. Benché la partecipazione a tale conflitto, grazie alla valorosa dimostrazione di coraggio e di buona preparazione militare dimostrati nella battaglia di Sebastopoli, siano valsi al Cavour l’ammissione alla partecipazione del congresso di pace a Parigi, non si deve dimenticare il sacrificio, inumano ed inutile, dei numerosi giovani italiani caduti nella lontana penisola caucasica.

A Parigi, e successivamente a Plombiérs, Cavour dimostrò tutta la sua capacità diplomatica stringendo un patto con Napoleone III di Francia in funzione anti-austriaca mirando non ad unificare l’intera penisola, ma ad inglobare nel regno sabaudo il Lombardo-Veneto portando a compimento il secolare sogno di Casa Savoia di essere la dinastia dominante nella parte centro-settentrionale della penisola.

Non vi era nulla di più lontano dai progetti cavouriani di un’unità politica e territoriale dell’intera penisola: ....


.....l’ambizione romantica di un’unica realtà geo-politica “una d’arme, di lingua, d’altar/di memorie, di sangue e di cuore” apparteneva alla Sinistra democratica e repubblicana di Mazzini e non alla Destra di Cavour che, da buon ministro dei Savoia, non pensava altro che all’ingrandimento del Regno di Sardegna.
4/2/2008 2:07 PM
 
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L’unità d’Italia poi attuata nel 1861 dopo la II Guerra d’Indipendenza e la spedizione garibaldina nel Regno delle Due Sicilie, per Cavour fu poco più che un accidente aristotelico: fu un espediente per bloccare i movimenti democratici dei mazziniani e non l’avverarsi di un sogno unitario che il mito fa risalire addirittura a Dante ed ai suoi “canti politici” in cui si invitava alla propria resurrezione sotto lo scettro imperiale: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!”.

Da abile politica quale era seppe adattarsi alla nuova situazione strappando a Mazzini la bandiera dell’unità nazionale riuscendo in tale impresa (1861 proclamazione del regno d’Italia) divenendo così un “Padre della Patria” ed essendo ricordato dalla Storia come uno dei massimi artefici dell’unità della nostra Patria.

Verso le province meridionali la diffidenza del Cavour fu notevole, come lo era d'altronde quella dei suoi più stretti collaboratori (Farini affermava in una lettera al Cavour stesso: “Altro che Italia: questa è Africa! I beduini riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”), tanto che lo statista piemontese ritardò il più possibile l’avvento al governo dei “meridionali” riducendo le circoscrizioni elettorali (aumentando il numero degli elettori da 30 a 50mila per collegio) in modo da mantenere il potere saldamente in mano delle elités centro-settentrionali.

La morte che precocemente lo strappò alla vita gli impedì di vedere il completamento del suo capolavoro politico e sottrasse al neonato regno italiano l’aiuto e l’apporto che sarebbe indubbiamente derivato dall’apporto delle numerose capacità.

Nella fauna politica italiana venne meno il capo più prestigioso e più competente: bisognerà aspettare l’alba del nuovo secolo per trovare uno statista dello stesso livello di Camillo Cavour, Giovanni Giolitti.

Del Cavour rimane, soprattutto un forte insegnamento di dedizione e rispetto per lo stato e le istituzioni, soprattutto nel rapporto con il potere temporale della Chiesa; la laicità dello stato espressa nel motto “libera Chiesa in libero Stato” è da considerarsi, come ha scritto Piero Calamandrei nel “Discorso sulla Costituzione”, alla base dell’articolo della nostra Carta Costituzionale in cui si afferma la libertà di tutte le religioni di fronte alla legge.

Fu un uomo privo di scrupoli che confidava nel “Genio dell’intrigo spinto fino all’eroismo”, ma la sua figura è stata ben analizzata e definita da Piero Gobetti “Il ministro piemontese sovrasta ai suoi contemporanei perché guarda gli stessi problemi con l’occhio dell’uomo di Stato”.

Cavour fu, in sintesi, “L’unico uomo di stato, per uno stato che ancora non c’era”(G.Spadolini).
4/2/2008 2:08 PM
 
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4/2/2008 2:09 PM
 
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Il progetto di Cavour "Il Risorgimento



Risorgimento politico e risorgimento economico


" La nuova vita pubblica che si va rapidamente dilatando in tutte le parti dell'Italia non può non esercitare un'influenza grandissima sulle sue condizioni materiali, Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico

Le condizioni dei due progressi sono identiche. Le virtù cittadine, le provvide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti politici, indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono pure le cause precipue de' suoi progressi economici.

Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai industria potente. Una nazione tenuta bambina d'intelletto, cui ogni azione politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza, quand'anche le sue leggi fossero buone, paternamente regolata la sua amministrazione [ ... ].

Dalla storia delle altre nazioni civili si potrebbero desumere nuovi argomenti al nostro assunto: restringendoci tuttavia all'Italia, faremo notare, che se fra i vari stati che la compongono, il Piemonte andò quasi sempre distinto per i suoi progressi economici, questo si debbe massimamente al savio e mite governo de'suoi principi, i quali, secondando lo spirito dei tempi, seppero introdurre nello Stato opportuni cambiamenti; si debbe all'aver avuto nel decimottavo secolo, come nel decimonono, due principi entrambi riformatori; si fu perché il gran re Carlo III apparecchiò le vie nell'opera riformatrice al magnanimo Carlo Alberto.

Le condizioni economiche di un popolo sono favorevoli quant'è possibile, semprechè il moto progressivo si operi in modo ordinato. Tuttavia l'industria per isvolgersi e prosperare abbisogna a segno tale di libertà, che non dubitiamo affermare, essere i suoi progressi più universali e più rapidi in uno Stato inquieto sì, ma dotato di soda libertà, che in uno tranquillo, ma vivente sotto il peso di un sistema di compressione e di regresso [ ... ].

Pienamente convinti di queste verità, proclamiamo con franchezza, essere il risorgimento politico italiano, che si celebra con fratellevole entusiasmo in Romagna, in Toscana ed in Piemonte, segno indubitabile di un'era novella per l'industria ed il commercio della nostra patria. Noi abbiamo fede intera nelle sorti future dell'industria italiana; non tanto per le benefiche riforme operate dai principi nostri, non tanto per quella massima della lega doganale, per le condizioni interne ed esterne dell'Italia avviantesi a rapidi miglioramenti; ma principalmente perché confidiamo veder ridestarsi nei nostri concittadini, animati da generoso e concorde spirito, chiamati a nuova vita politica, quell'ingegno, quell'operosità, quell'energia che fecero i loro maggiori illustri, potenti e ricchi nei tempi di mezzo, quando le fabbriche fiorentine, e lombarde, quando i navigli di Genova e Venezia non avevano rivali in Europa. Si, abbiamo fede nell'ingegno, nell'energia, nell'operosità italiana; più atti a far progredire il commercio e l'industria che non le protezioni eccessive e gl'ingiusti privilegi"
[Edited by Frida07 4/2/2008 2:10 PM]
4/2/2008 2:10 PM
 
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Un giornale per lo sviluppo economico.

"Questo giornale s'adoprerà con ogni suo potere a spingere e propagare questo moto di risorgimento economico. Ricercherà i fatti che possono essere utili al commercio ed all'industria agricola e fabbrile. Sapplicherà a diffondere le buone dottrine economiche, combattendo le false, figlie d'antichi pregiudizi, o pretesto a particolari interessi. Avrà cura di svolgere ogni questione che direttamente o indirettamente si riferisca alla produzione ed alla distribuzione delle ricchezze.

Il giornale non dubiterà di dichiararsi apertamente per la libertà dei cambi; ma cercherà di muovere prudente nella via di Libertà; adoprandosi acciò la transizione si effettui gradatamente e senza gravi perturbazioni. Epperò le darà quanto può efficace cooperazione, affinché tolta ogni dogana interna italiana, costituiscasi l'unità economica della penisola; consiglierà dall'altro lato un procedere continuo, ma energicamente moderato nelle riforme dei dazi che gravano i prodotti esteri. Prevedendo che a poco a poco l'adito dei nostri mercati dovrà farsi libero alla concorrenza forestiera, sarà debito del giornale il ricercare i mezzi più acconci per combatterla e vincerla. Ond'è che si farà a promuovere le istituzioni di credito, le scuole professionali, le onorificenze industriali; mezzi, che adoperati accortamente, daranno un rapido sviluppo ai vari rami d'industria che mirabilmente si confanno alle condizioni dell'Italia, che fra breve forse l'innalzeranno a prender posto fra le prime potenze economiche del mondo."
4/2/2008 2:11 PM
 
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Lo sviluppo civile e la diffusione del benessere.

"Ma l'aumento dei prodotti nazionali non sarà il solo scopo economico che il giornale prenderà di mira: esso metterà eguale o maggior cura nella ricerca delle cause che influiscono sul benessere di quella parte della società, che più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza, la classe degli operai. Gli è perciò che tutti coloro che intrapresero volonterosi la pubblicazione di questo foglio, unanimamente dichiarano che non avrebbero per buono, per veramente utile al paese alcuno aumento di ricchezze, se ai benefici di esso non partecipassero coloro che vi ebbero parte, la massima parte, gli operai. L'edificio industriale che per ogni dove s'innalza, è giunto e giungerà ancora a tale altezza da minacciare rovine e spaventose catastrofi, se non se ne afforzano le fondamenta, se non si collega più strettamente colle altre parti di esso, la base principale su cui poggia la classe operante, col renderla più morale,

più religiosa; col procacciarle istruzione più larga, vivere più agiato. Pronti a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l'ordine sociale, dichiariamo però considerare come stretto dovere della società, il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle classi inferiori. L'Inghilterra, quel paese dei grand'insegnamenti, troppo a lungo trascurò questo sacro dovere

Gli effetti di questa colpevole trascuranza, quantunque funestissimi , rimasero lungo tempo inosservati. Ma quando furono fatti palesi dai crescenti disordini popolari, e dai moti minacciosi delle associazioni cartiste, il Parlamento ed il pubblico furono costretti d'indagarne le cause e di appurare lo stato degli operai nei gran centri industriali e commerciali.

Uno spaventevole spettacolo risultò da queste investigazioni. L'Inghilterra s'accorse con terrore, che se in cima dell'edifizio sociale splendeva una classe illuminata, energica, doviziosa, nelle basse regioni, i più giacevano privi di lumi, di cognizioni morali, orbi d'ogni sentimento religioso, ed alcuni in sì abbietto stato, da ignorare persino il nome di Dio, quello del divin Redentore! [ ... ].

Ma l'esempio dell'Inghilterra ci stia di continuo avanti agli occhi. Impari da esso l'Italia, ora che sta accingendosi a percorrere le vie industriali, ad avere in gran pregio le sorti delle classi popolari, ad adoprarsi con sollecite cure ed incessanti al loro miglioramento. Per andare esenti dai mali che travagliano la Gran Bretagna, procuriamo di svolgere quegl'istinti benefici, i quali onorano la storia nostra passata e presente, sottoponendoli tuttavia a quelle regole scientifiche, l'osservanza delle quali è indispensabile a rendere efficaci, e veramente fruttiferi i provvedimenti diretti al sollievo delle umane miserie. Facciamo sì che tutti i nostri concittadini ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai benefici della progredita civiltà, delle crescenti ricchezze, ed avremo risoluto pacificamente, cristianamente il gran problema sociale ch'altri pretenderebbe sciogliere con sovversioni tremende e rovine spaventose."

Camillo Benso di Cavour
4/2/2008 2:14 PM
 
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