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Crisi dei partiti politici?

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I partiti politici in una prospettiva comparativa di Paul Webb
di Claudia Di Vittorio and Stefano Minguzzi
pubblicato il 01 Novembre 2006

all the political party posters I found on the way (nofrills)I partiti politici in tutto il mondo sembrano attraversare una crisi. Eppure, secondo Paul Webb, la presenza della democrazia è più forte laddove la politica di partito è maggiormente sviluppata. (traduzione da un articolo di Paul Webb, “Statesman” 23 ottobre 2006)

L’organizzazione, le dimensioni e le funzioni dei partiti politici hanno subito grandi cambiamenti attraverso i diversi assetti sociali e il susseguirsi delle fasi storiche. Tali variazioni riflettono fattori quali le circostanze storiche che hanno accompagnato la nascita dei partiti, le loro basi sociali e ideologiche, l’assetto costituzionale e le continue evoluzioni della tecnologia delle comunicazioni.

I modelli di partito

I politologi parlano di evoluzione dei partiti. In I partiti politici, pubblicato nel 1951 e ormai considerato un classico, Maurice Duverger sosteneva che, nell’era predemocratica, i partiti erano semplicemente alleanze parlamentari fra elites che si riunivano con l’unico scopo di coordinare l’azione legislativa. A questo nucleo mancavano ogni forma di organizzazione extra-parlamentare a livello nazionale e la partecipazione della gente comune. Il modello di Duverger si ispira principalmente ai partiti disomogenei e instabili che caratterizzarono la Terza Repubblica francese, ma può essere applicato anche ai Conservatori e ai Liberali britannici predemocratici.

La democratizzazione portò con sé l’avvento del partito di massa, una forma di organizzazione politica che dipendeva da un’ampia base di iscritti, come ad esempio i socialdemocratici tedeschi. Il partito di massa fu un’invenzione socialista per due motivi. Dal momento che l’educazione e l’integrazione politica delle masse appena affrancate era il primo obiettivo della sinistra, si rendeva necessario mobilitare e coinvolgere quante più persone fosse possibile. In questo modo si venivano a creare delle risorse, mentre il nucleo dei partiti della destra tradizionale era supportato da un ristretto numero di facoltosi sostenitori.

Verso gli anni Sessanta del secolo scorso gli studiosi cominciarono a intravedere la fine dei partiti di massa. Otto Kirchheimer afferma che, grazie al ruolo di integratori sociali, questi partiti fra cui i grandi Volksparteien tedeschi , si andavano sostituendo all’ambizione elettorale. Così come molti altri osservatori, Kirchheimer percepiva l’attenuazione del conflitto ideologico delle società occidentali come conseguenza della diminuzione delle tensioni sociali e religiose. Il risultato fu la trasformazione del partito di massa in un’organizzazione generica i cui scopi primari erano un pubblico più vasto e un successo elettorale più immediato.

Questa trasformazione non implica soltanto un mutamento ideologico, ma anche il declassamento del ruolo degli iscritti all’interno dell’organizzazione e allo stesso tempo la crescita del potere delle leadership. Angelo Panebianco ha sviluppato ulteriormente l’analisi affermando che i moderni partiti, elettorali-professionali, hanno massimizzato l’autonomia strategica disponibile focalizzandosi sulle figure dei leader con lo scopo di guadagnare voti e poltrone e dando sempre maggiore rilievo a nuove cerchie di professionisti, fondamentali in fase di campagna elettorale (principalmente nel marketing e nei sondaggi d’opinione). Nel momento in cui i legami con le tradizionali basi sociali e istituzionali d’appoggio venivano a mancare, i partiti si rivolsero allo stato come fonte alternativa di risorse. Se il marketing politico fu una scoperta degli Stati Uniti e il finanziamento pubblico della Germania e della Scandinavia, entrambi gli sviluppi furono velocemente assimilati in paesi post-comunisti come la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca.

La sfida ai partiti

Molti osservatori degli attuali partiti politici parlano di crisi, ma i partiti meritano davvero di avere la stampa contro come spesso ormai accade? Secondo alcuni critici l’eccessivo disamore della gente, radicato nel fallito tentativo dei partiti di afferrare i problemi straordinari contro i quali i politici contemporanei tentano di combattere ovvero l’inevitabile clamore e il compromesso impliciti al processo politico. Eppure riesce difficile convincersi che oltre il fumo non ci sia del fuoco. Che cosa c’è che non va, quindi, nei partiti?

Gli studi evidenziano due difficoltà principali. Innanzitutto, i partiti deludono i cittadini nel tentativo di assolvere ad alcune delle funzioni che solitamente gli vengono attribuite. In secondo luogo, vengono danneggiati dalla percezione di improprietà e di inopportunità dei privilegi che li riguardano. La prima questione parte dalle sempre maggiori sfide al partito come strumenti di governo. Sono in molti a pensare che troppo spesso i partiti si diano da fare per imporre soluzioni di politica discriminante nel momento in cui sono al governo. Questo, in gran parte dovuto a diversi importanti fattori che rischiano seriamente di deviare la linea dei governi verso l'autonomia, ad esempio la globalizzazione economica, i mutamenti tecnologici e le tendenze demografiche. Secondo una corrente di pensiero, l'integrazione europea porterà a un maggiore controllo politico sull'economia internazionale, secondo altri, invece, segnerà una costante diminuzione dell'autonomia di governo. D'altro canto non è chiaro quanto spazio l'UE lascerebbe a un ruolo di rilievo per i partiti. Un'ulteriore sfida al governo di partito parte dall'apparente personalizzazione dell'esecutivo attraverso l'importanza sempre maggiore delle figure dei singoli leader. E' piuttosto evidente che il fenomeno non si limita ai sistemi presidenziali, come si sarebbe portati a credere, ma riguarda anche molti dei regimi parlamentari più consolidati fondati sui partiti. Gli esempi più recenti assumono le fattezze di Blair, Schroeder e Berlusconi. Persino gli svedesi, fino a tempi recenti, parlavano del "Presidente" Gran Persson.

Spesso nelle fonti alternative di differenziazione di interesse si individua una minaccia al ruolo di collante rappresentativo attribuito ai partiti. Il fiorire di gruppi concentrati su un unico e ben definito scopo suggerisce che, per lo meno agli occhi di molti cittadini, le organizzazioni alternative meglio si prestano a rispondere ai diversi livelli delle esigenze comuni. La predilezione per l'azione extra-partito riflette la crescente difficoltà dei partiti nel coagulare gli interessi. Venendo a mancare un legame stretto con particolari gruppi sociali, essi sono obbligati a battersi per il voto di porzioni molto eterogenee di sostenitori e la necessità di aggregare interessi tanto diversi non può che rivelarsi scoraggiante. Una delle conseguenze è che i partiti maggiori vengono accusati di offrire agli elettori programmi neutri e generici privandoli, quindi, della reale possibilità di compiere una scelta significativa. L'inserimento nei programmi di nuovi punti che spezzino le vecchie dinamiche di conflitto potrebbe aiutare a eliminare la neutralità, ma complicherebbe ulteriormente il ruolo aggregante.

I cittadini del mondo democratico, nella maggior parte dei casi, hanno a disposizione canali di informazione apolitici e quindi raramente i partiti riescono a controllare il processo di comunicazione politica. Anzi, per loro è sempre più impegnativo reggere il confronto con i media sui programmi e sull'interpretazione da dare alle notizie, un'evoluzione, questa, esemplificata da New Labour. I limiti delle politiche di partito sono ancora più evidenti rispetto alla loro capacità di alimentare la partecipazione. Abbiamo già accennato al declino dell'identità di partito, dell'attivismo e del riscontro degli elettori, aspetti che aumentano l'atteggiamento critico di chi predilige forme più radicali di coinvolgimento democratico a livello popolare. Un esempio recente è fornito dal Power Report (indagine indipendente finanziata dal Joseph Rowntree Trust) che riguarda "il processo di democrazia formale", di cui i partiti sono parte essenziale, nella sua incapacità di soddisfare il potenziale democratico della gente. In questo senso, gli sforzi operati da molti partiti negli ultimi decenni per democratizzare le dinamiche interne, rispetto ad argomenti quali la selezione dei candidati, l'elezione del leader e l'azione politica non sono destinati a segnare differenze sostanziali.

Una delle principali funzioni politiche continua a essere dominata dai partiti nella maggior parte degli stati democratici, il reclutamento. Nella maggior parte delle democrazie i parlamentari sono ancora molti legati alle etichettature di partito. Inoltre, spesso i partiti mantengono il controllo su ampi bacini di sostegno. Conseguentemente il reclutamento dei candidati per posizioni rappresentative a livello nazionale e locale virtualmente rimane inconcepibile senza la presenza dei partiti politici. D'altra parte, anche in questo caso, i partiti sono stati danneggiati in quei paesi dove gli elettori hanno cominciato ad avere un atteggiamento cinico nei confronti delle dinamiche corrotte che in alcuni casi hanno caratterizzato questi sistemi di patrocinio. Gli esempi più lampanti della recente esperienza europea sono forniti dall'Italia e dal Belgio.

Tutto questo conduce alla seconda grande causa del disinteresse popolare nei confronti dei partiti, la diffusa percezione che entrino in gioco interessi personali, una serie di privilegi inopportuni e addirittura una certa bassezza. Niente riesce a fomentare un simile atteggiamento più della sensazione che i politici sfruttino la situazione per il tornaconto personale o di partito. Sia le nuove, sia le vecchie democrazie sono state macchiate da scandali di questo genere. Si arriva a tal punto da minare la legittimità di un partito sulla base di semplici percezioni anche quando i partiti di fatto non sono stati coinvolti in attività illecite.

I partiti e la democrazia

Nonostante il lungo elenco di critiche e sfide lanciate ai partiti, sarebbe un errore marchiarli come presenze essenzialmente nocive alla moderna organizzazione democratica. La diminuzione degli iscritti e del senso di identificazione può essere interpretata come conseguenza dei mutamenti sociali e tecnologici che hanno portato alla scomparsa dell'epoca del partito di massa. Questo, però, non significa che i partiti non abbiano più ruoli importanti da ricoprire e ancor meno significa che la democrazia è in difficoltà. Inoltre, si potrebbe affermare che la condivisione delle funzioni comunicative della politica con i media e con altri elementi è positivo in una prospettiva democratica. Difficilmente potrebbe valere lo stesso discorso applicato alle democrazie dove i partiti arrivano a detenere un eccessivo controllo politico sui media (come nella Russia contemporanea o nell'Italia di Berlusconi).

Se da una parte i partiti sembrano subire la sfida di gruppi specifici come portavoce degli interessi comuni, non si può trascurare il fatto che l'enorme varietà di richieste rivolte al sistema politico necessita di un polo aggregante e i partiti sono gli unici in grado di assolvere a questa funzione (anche se oggi lo scopo è ancora più difficile da raggiungere).

Infine, nonostante la sfida a governare sia enorme, i partiti hanno dimostrato di continuare a "fare la differenza" nei risultati politici riuscendo a fornire validi sistemi di scelta popolare e di affidabilità democratica. Anche se i risultati continuano a non soddisfare chi ambisce a forme di democrazia più partecipative, continuano a essere comunque fondamentali. La democrazia è più apprezzata e consolidata laddove i partiti politici sono maggiormente sviluppati.

Se le politiche di partito hanno una struttura fragile, l'ineguaglianza politica tende a essere maggiore, l'impronta pluralista più incerta, il clientelismo e la corruzione più evidenti e la demagogia populista una tentazione grandissima. In conclusione, senza i partiti la solidità della democrazia non può che diminuire.

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