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L'ideologia divina imperiale, Domiziano dominus

Last Update: 1/12/2009 11:21 PM
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1/12/2009 11:21 PM
 
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Vespasiano ebbe due figli che, entrambi, gli successero all’impero: prima il maggiore Tito Flavio Vespasiano, passato poi alla storia semplicemente come Tito, e quindi, alla sua morte, il minore Tito Flavio Domiziano.
Sebbene di Tito rimarrà famoso il soprannome affibbiatogli da Svetonio “amor ac deliciae generis humani” ( “amore e delizia del genere umano” ), a sottolinearne l’equilibrato governo, egli non regnò che poco più di un anno, prima di morire a causa di una grave febbre.
A succedergli venne chiamato suo fratello minore Domiziano che, per gli storiografi antichi, diverrà l’immagine opposta in maniera speculare a quella del fratello che così tanti consensi aveva riscosso. Domiziano sarà infatti uno fra quegli imperatori così contestati che, addirittura, si “meritò”, alla fine del suo governo, la damnatio memoriae.
L’immagine di Domiziano tramandataci è, ovviamente, basata sul già illustrato stereotipo dell’ imperatore “folle”, basato soprattutto sulla figura di Nerone, e adottato soprattutto quando il Senato si sentiva sottovalutato dal governo del princeps.
Di Domiziano, però, vale la pena di sottolineare un aspetto in particolare: la sua ferrea volontà di autodefinirsi dominus ac deus, signore e dio.
E’ apparentemente un oltraggio senza precedenti: lo stesso Augusto sarà onorato solo in quanto divus e non deus e, comunque, assumerà questo status solo da morto.
L’unico regnante assimilato ad un dio era stato, fino ad allora, solo il fondatore Romolo e comunque, anch’egli, solo dopo la morte e sotto le vesti del divinità Quirino.
D’altra parte, però, come abbiamo accennato, il culto religioso della personalità imperiale aveva cominciato ad avere un vivace sviluppo fin dall’epoca di Augusto.
Le province orientali ne avevano iniziato in maniera naturale la tradizione e presto questo aspetto religioso si era diffuso anche in quelle occidentali, prove se ne hanno in Gallia ed in Iberia, e nella stessa Pompei ancora oggi il visitatore può ammirare “l’altare di Vespasiano”, dedicato, per l’appunto, al culto dell’imperatore.
Nella stessa Grecia, come si è già detto, la gente aveva fatto l’onore a Nerone di annoverare la sua statua fra quelle dei loro dei.
Ma queste espressioni spontanee del culto popolare, sebbene comunque incoraggiate, non hanno molto a che vedere con l’esagerazione di Domiziano.
Evidente è il fatto che ora, la decisione di attribuirsi onori ed epiteti divini, piuttosto che una manifestazione a suo modo spontanea, proviene direttamente dall’imperatore che pretende di imporla ai suoi sudditi.
Il tentativo, prevedibilmente, non andò a buon fine ma è un’interessante testimonianza di un’altra maniera in cui il potere imperiale tenterà di orientarsi e che, nelle epoche seguenti riscuoterà anche successo.
Questo modo corrisponde evidentemente alla ricerca di un altro tipo di legittimazione, autonoma dalle ingombranti componenti del potere politico romano, i cui equilibri e movimenti non potevano continuare ad influire in maniera troppo pressante sulla vita di un governo imperiale.
E’ anche il tentativo di liberarsi dai continui riferimenti ad un’eredità precedente, dal dover sempre cercare di dimostrare la legittimità del proprio potere non solo agli occhi dei contemporanei ma, in qualche modo, anche a quelli degli avi.
Se, infatti, adesso l’autorità proviene direttamente dalla sfera divina essa diviene, in quanto tale, indiscutibile ed indiscussa, prende da sé stessa la propria ragion d’essere, non ha bisogno, per camminare, delle ingombranti “stampelle” fornite dal Senato e dal suo potere di legittimare o meno un imperatore. Quello di Domiziano è un tentativo, forse un po’ estremo, di auto-legittimazione.
La soluzione trovata dall’imperatore ad un problema che, effettivamente, affliggeva in misura sempre maggiore l’istituzione imperiale, in un certo senso non poteva essere che proprio quella di proclamarsi deus.
Il figlio di Vespasiano, che non ha certo né lo spirito innovatore né il genio politico di un Ottaviano Augusto, si rivolge ad una maniera di risolvere tale questione che già esisteva, che esisteva da secoli e che da sempre era la principale alternativa al modello di governo romano: la monarchia orientale.
In Oriente era comune la prassi che il sovrano venisse venerato come un dio, questa era una tradizione antichissima e radicata, tanto che, come già detto più volte, nessuna difficoltà si ebbe a concepire il culto divino dell’imperatore romano.
Da sempre, Roma, da parte sua, aveva vantato di essere la principale alternativa a questa maniera di intendere la sovranità, creandone una poco autarchica, collegiale e, soprattutto, non basata sul diritto divino ma sulle più “razionali” leggi di Roma, connesse agli dei ma create essenzialmente dagli uomini per gli uomini. Uno dei motivi d’orgoglio della civiltà romana era da sempre, quindi, quello di non avere bisogno di considerare i propri governanti degli dei, persino le personalità più eccellenti e ammirate rimarranno degli uomini, forse maggiormente “protetti” dalla benevolenza divina, che magari potevano annoverare anche, all’origine del loro albero genealogico, un dio o una dea (ricordiamo che la famiglia Iulia amò sempre rimarcare il fatto che i propri componenti fossero discendenti da Enea e, quindi, anche da sua madre, Venere), ma mai si sarebbe potuto concepire che un essere umano potesse essere al contempo un dio.
Questo era un tratto caratteristico e fondamentale della civiltà greco-romana che vedeva gli dei come esseri troppo diversi per “abbassarsi” a girovagare in mezzo agli uomini o anche solo a prendersi troppo a cuore le loro vicende quando non ne erano direttamente interessati.
Emblematico diverrà, nel dimostrare tale concezione, il discorso di San Paolo all’Areopago, dove l’apostolo, tentando di spiegare la dottrina cristiana, espose come Dio Padre si fosse incarnato in Cristo, ricevendone indietro solo scherni e derisione. Come poteva un dio incarnarsi in un uomo?
Di questo modo di vivere la religione e tutto quello che era connesso alla sfera divina, la civiltà ellenica e latina fece un motivo caratteristico della propria cultura ed una ragione di superiorità e fierezza, ritenendo la maniera orientale una superstizione, sebbene non osteggiandola in alcun modo pratico.
Evidente, quindi, come la soluzione adottata da Domiziano non potesse essere che osteggiata. Interessante però notare come, questa tendenza, che, per adesso, trovò un’agguerrita ostilità continuerà a ripetersi nel corso della storia dell’impero, fino ad arrivare, addirittura, all’affermazione della legittimazione divina dell’imperatore.
Ciò potè avvenire proprio grazie alla necessità di cercare una legittimazione diversa da quella del Senato che, dal canto suo, andrà, con il tempo, a perdere sempre più potere.
La creazione di un principato retto da un solo uomo andava, inoltre, avvicinando la soluzione occidentale a quella orientale, cosicché la “convergenza” fra i due modi di intendere la monarchia avvenne in maniera quasi naturale.
La vera e propria forza di questa soluzione verrà fuori solamente con la nascita dell’impero cristiano, dove la concezione monoteistica favoriva il concetto di imperatore investito da Dio, concetto che caratterizzerà il periodo finale dell’impero romano, ma che, soprattutto, sarà trasposto anche nell’impero d’Oriente, dove l’importanza religiosa del principe crescerà sempre di più. Nel Medio Evo, poi, questa nozione avrà successo anche in Europa occidentale, anzi verrà ingigantita, basti pensare al fatto che ciò che permise a Carlo Magno di formalizzare il suo impero fu lo strettissimo legame esistente fra la Chiesa e il popolo barbaro dei Franchi, impero che, poi, in un’epoca più tarda, prenderà il nome di Sacro Romano Impero. Quel “sacro” la dice lunga su quanto il concetto di potere legittimato da Dio e dalla religione fosse, infine, divenuto centrale.
Comunque, anche prima che il cristianesimo divenisse la religione dominante dell’impero romano, questa sarà una tendenza che, nel corso degli anni, diverrà lentamente sempre più predominante.
Per adesso, però, la soluzione intuita da Domiziano non risultò efficace, tradizionalismo e opposizione senatoria erano ancora troppo forti e stabili e l’unica cosa che l’imperatore ne guadagnò, alla sua morte, fu solo la proclamazione, per lui, della damnatio memoriae.






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