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Pompei: i fantasmi di gesso

Last Update: 2/24/2009 11:19 AM
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SCOPERTA A POMPEI UN’ALTRA TRAGEDIA UMANA


I FANTASMI DI GESSO

La posizione dei corpi e il luogo del ritrovamento dei nuovi morti della città sepolta hanno fornito all’archeologo Amedeo Maiuri i documenti per raccontare la loro storia vera

La mattina dell’ultimo sabato d’aprile due sterratori di Pompei affondavano la vanga nell’humus, e avevano i piedi nel punto dove 1922 anni prima una famiglia era morta correndo sotto la grande pioggia di cenere. Non lo sapevano, né capirono quando la vanga sprofondò d’improvviso in un vuoto. Ma capì il sorvegliante, incaricato dalla sovrintendeza alle antichità di tenere d’occhio questi scavi di un’impresa stradale alla periferia della città sepolta. Allora fu fatto arrivare il gesso liquido, e quello strano lungo buco fu riempito. Ne fu trovato, vicino, un altro ancora, e poi un terzo, un quinto, otto in tutto. In ognuno fu lasciato colare il gesso, poi si sterrò e si vide: erano i corpi di gente uccisa dal vulcano. Erano due famiglie, con tre bambini.

Millenovecentoventidue anni prima il Vesuvio era come oggi: un monte a cono, senza fumo, verde di vigne. Un monte come un altro, forse più curioso per quella sua forma regolare. Non aveva nemmeno lasciato, a memoria d’uomo, particolari esperienze, non era conosciuto per quello che nascondeva nel ventre, sotto il tappo pietrificato di lava.

Quando il tappo saltò con un boato, quel mezzogiorno del 24 agosto, e il ciclo si fece nero, le due famiglie corsero a prendere i ragazzi e si chiusero in casa. Lasciamo stare la descrizione dei sentimenti: è facile intuirli. Ma raccontiamo la cronaca di questa gente: possiamo farlo senza lavorare di fantasia, ci sono i documenti. Ce li ha indicati l’archeologo di Pompei, Amedeo Maiuri. “Ha notato”, ci ha detto. “che i poveri corpi di questi fuggiaschi giacciono sopra e non sotto lo strato di lapilli? Ecco, questo comincia già a spiegare come sono andate le cose, questo fatto dà l’avvio al racconto”.

Il ciclo si fece nero e piovve quasi subito un velo di cenere, ma leggero, impalpabile,come un pulviscolo grigio. Caddero gli uccelli in volo, abbattendosi morti, senza gridi. Le due famiglie, serrate in casa, attesero. Erano un padre, una madre e un ragazzetto, e ancora un padre, una madre, due bimbi e un servo. Le loro masserie erano vicine, situate in questa regione a monte della città, ma sempre dentro le mura, dove si estendevano gli orti e i primi vigneti. I genitori si guardarono. I figli non potevano ricordare, erano troppo giovani; ma sedici anni prima il terremoto aveva seminato di rovine la contrada, Pompei aveva rischiato di morire. E ora? Questa esperienza era nuova, molto diversa.

Dopo la pioggerella di labile cenere cominciò il picchiettio sul tetto, come di grandine. Le due famiglie spiarono alla finestra: grandinavano sassi, ma piccoli, leggeri, grigi, rimbalzando come chicchi. La grandinata di lapilli si fece d’un tratto più fitta, divenne furiosa, smisurata, ai chicchi si aggiunsero blocchi di scorie del peso di alcuni chili, incandescenti. Le due famiglie sbarrarono porte e finestre, tirarono i catenacci perché potessero resistere alla pressione. Uscire, scappare, era ormai impossibile. Ma ecco, finalmente, il silenzio. La grandinata era cessata. Il buio, invece, sempre più fitto.

Gli uomini provarono ad aprire le porte, le imposte di legno, ma si accorsero che sarebbe stata la fine per l’irruzione della valanga: la massa di quella grandine di pietra era alta tre metri. Bisognava uscire dal tetto. Si inerpicarono, sbucarono fuori. Intorno era tutto bianco e grigio, tutto sepolto sotto l’immenso lenzuolo di quei sasselli di pomice. La luce spettrale. Qua e là ardevano dei massi, piovuti dal loro vecchio monte. Perché ora era evidente che la colpa era sua: dalla cima si levava altissimo un fungo scuro, diritto, silenzioso. La fine del mondo?

Una delle due famiglie, quella di tre persone sole, partì verso il mare con il figliolo in testa. L’altra aveva il servo, e costui si mise un sacco in spalla, gonfio di provviste, e saltò sulla coltre di lapilli. Il padrone spinse fuori i suoi due bambini, poi la giovane moglie. In fila indiana si mossero. Non era facile camminare, quei lapilli franavano scricchiolando sotto il passo. E fu allora che cominciò a piovere. In pochi secondi il nero del cielo si schiacciò sulla terra, e fu un diluvio d’acqua saponosa, acqua mista a cenere, greve come fango, velenosa di miasmi sulfurei.

In fila indiana per non perdersi nelle tenebre, le due famiglie non fecero molta strada: il diluvio le soffocò, repentino. Il servo cadde ricurvo sul fianco sinistro, con il sacco ancora sulla spalla: i due bimbi si abbandonarono supini dietro di lui, col viso non turbato, sembrerebbe inconsapevole; il padre si rovesciò indietro, come atterrato in una lotta sovrumana; e la madre in avanti, quasi nell’atto di correre verso i figli, la mano sulla bocca. E così gli altri, a tre metri di distanza. La pioggia di cenere continuò a cadere, li seppellì, fece una coltre, sopra il lapillo, di altri due metri di spessore. E sopra la cenere, tanti anni dopo, venne la terra, e sopra la terra l’erba, e poi l’orzo e le colture degli ignari uomini nuovi.

“Erano circa quattro anni che non rinvenivamo resti di vittime umane”, dice il professor Maiuri. “con queste ultime saliamo al totale di una cinquantina. Il gruppo che suscitò forse l’impressione maggiore fu quello della cosiddetta villa di Diomede: fu una delle prime esplorate, poco dopo il 1770, e nel portico sotterraneo si scoprirono disperatamente rannicchiate diciotto salme. Era la prima rivelazione della tragedia degli uomini, oltre che delle cose. Ma la tecnica dell’iniezione di gesso, per ottenere l’impronta dei corpi, fu escogitata dal primo vero archeologo che poté occuparsi di Pompei, Giuseppe Fiorelli, giusto un secolo più tardi. Fu un espediente che permise di prendere calchi non solo delle vittime umane e animali, ma anche degli alberi nei giardini, delle porte, delle scale, delle suppellettili lignee delle abitazioni”.

Quando il vecchio professore si è trovato, in questo ultimo sabato d’aprile, davanti ai nuovi morti della sua città, la commozione non gli ha impedito di osservare con occhio di perito. Ci ha detto: “II sacco del primo uomo, quasi sicuramente un servo, non contiene oggetti, dunque non argenteria, non vasi, probabilmente nemmeno monete. Non ho avuto il coraggio di spaccarlo, del resto sarebbe inutile. Il sacco, per la sua forma, le dimensioni e il relativo peso, non poteva contenere che provviste, forse ceri o fave, qualche focaccia di pane. Le vesti di ciascuno appaiono povere. Si vedono bene quelle della donna del gruppo più numeroso, il gesso ha colmato con precisione l’impronta delle ceneri, che aderirono fortemente come una guaina a tutto il corpo. Era una bella e giovane donna, un poco esile, con un abito da lavoro nei campi. Non portava gioie, correva a piedi nudi. E i bambini non possedevano nemmeno quegli amuleti che i genitori usavano legare al collo ai propri figli per proteggerli contro malocchio e malattie. Una famiglia di contadini, la cui tragedia doveva compiersi con spietata rapidità, senza lasciare il tempo di portare in salvo nemmeno se stessi”.

Ecco allora tornare vivi per noi, otto nuovi personaggi di Pompei. Si allineano con tutti gli altri per completare il discorso commemorativo per raccontare la storia di quel mezzogiorno di agosto, ognuno con la testimonianza del suo crudele calco di gesso. C’è la giovane fanciulla bellissima, crollata bocconi col pugno alla bocca per lo spasimo dell’asfissia, la fronte premuta sull’altro braccio e la veste, forse mossa dal fango, si sollevò fino alla vita, lasciandola nuda. C’è l’uomo erculeo, caduto supino vicino alla giovane figlia e alla madre, e il mastino che sembra ancora divincolarsi, stretto al collare, dopo avere tentato di nuotare sopra la colata di lapilli irrompente nella sua casa, arrampicandosi via via fino al soffitto per tutta la lunghezza della catena. Le statue di gesso parlano da una distanza di diciannove secoli, ma dicono cose che sono anche nostre, che possiamo capire senza sapere di archeologia e di epigrafi: l’orrore, la disperazione, la speranza, la lotta per vivere. Sulla soglia della casa su cui sta ancora scritto in mosaico il “cave canem”, due ragazze indugiarono per raccogliere le loro piccole gioie: così le trovarono i posteri, morte nella fiducia dei giovani.

Nella stanza ostruita di una casa furono rinvenuti due scheletri, di un grosso cane e di una donna: quello del cane era integro. ma quello della padrona era a brani, e i brani erano sparsi per ogni angolo. Che cosa aveva fatto quel cane. Forse impazzito prima di cadere avvelenato dai gas? In un’altra stanza, ecco i sette bambini quasi ancora intenti nel gioco, e più oltre l’uomo con l’accetta. Si era sentito bloccato, chiuso in trappola dal muro di lapilli contro porte e finestre, ma era un uomo gagliardo e si avventò con l’arma su una parete che dava all’esterno, riuscì a fare il buco, ma ne scrosciò un rivolo di lapillo e di mota, si gettò allora contro la parete che dava ad altre stanze, riuscì a perforare anche questa; gli apparve un invalicabile cumulo di macerie disfatte; e si lasciò allora morire. Come quello schiavo incatenato, di cui sono rimaste le gambe ancora avvinte nei ceppi.

“Non sono molti”, dice Maiuri, “coloro che morirono in Pompei. Forse non più di qualche centinaio. Furono i ritardatari, gli incerti, i sorpresi, gli infermi, gli avidi, i poveri villici ignoranti come questi scoperti ora. Morirono subito perché non poterono e non seppero fuggire, o perché si attardarono a raccogliere denaro e gioielli, forse qualcuno a rubare, o perché ancora non capirono che quella nube nera che oscurava il sole sarebbe calata fino a terra, seguendo la grandine dei lapilli. Ma gli altri, innumerevoli altri, migliaia e migliaia di persone, raggiunsero inutilmente le zone più lontane anche le rive del mare. Là, come Plinio Seniore, furono inseguiti e presi dai vapori e dalle ceneri portate dal vento”. Pompei contava più di ventimila abitanti. Quarantotto ore dopo che il grande tappo era saltato, il sole tornò a illuminare un cimitero.

Pietà per gli uomini. Non abbiamo fatto calchi dei monti di morti nelle fosse dei Lager, ed è giusto perché sono resti che appartengono alla pietà del nostro tempo. Morti scampati alla vergogna di una distruzione feroce, potevano e dovevano essere seppelliti e restituiti alla pace. Ma i morti di duemilanovecentoventidue anni fa si sono naturalmente dissolti, non possono più venire sepolti. Né sono stati uccisi dagli uomini, ma da un vulcano. Nelle forme vuote del banco di ceneri c’è soltanto un po’ d’aria, più qualche osso calcinato. Con il gesso possiamo dare senso umano a quest’aria, restituire corpo ai fantasmi. È un’opera strana, ma anche questa giusta e pietosa.

“Professore, che cosa farà di questi fantasmi di gesso?” Il vecchio saggio ci aveva già pensato. “Non mi convincono quando li vedo in museo, non è il loro posto. E allora ecco, ho pensato che il luogo più adatto è la loro casa. Riportiamoli dove loro stessi vorrebbero. Sì, la masseria delle due famiglie non dev’essere lontana, io credo che non disti più di una cinquantina di metri da questo punto di morte. Siamo nel settore degli orti, in gran parte da esplorare, e le modeste fattorie contadine vi erano fitte. Aspetteremo, dunque, di scoprirla, procedendo con lo scavo. Nel frattempo li metteremo tutti al riparo, con molta cura. Quando la prima casa sarà ritrovata, ve li porteremo insieme: breve viaggio di ritorno dopo quella fuga affannosa, e questa attesa di millenni”.

Chissà se i fantasmi possono essere grati. Comunque Pompei deve essere scavata ancora per i due quinti, e proprio nella zona dell’agro e degli orti entro le mura. Ci vorranno alcuni decenni. Molti altri fantasmi d’aria attendono, forse con impazienza, l’iniezione di gesso.






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