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L' economia italiana tra le due guerre: il fascismo

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L' economia italiana tra le due guerre: il fascismo

Le cause (economiche) dell' intervento e i dolori del dopoguerra




Manifesto pubblicitario per la sottoscrizione del prestito di guerra



Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale si pensava che la neutralita' avrebbe garantito all' Italia (e naturalmente agli USA) l' assoluto predominio commerciale con i paesi belligeranti. In realta' rimanendo fuori dal conflitto per l' Italia era solo possibile esaurire le giacenze, peraltro notevoli, dato che tutta la produzione industriale italiana dipendeva dalle materie prime importate dall' estero. Questo perche' Germania e Austria come fornitori erano fuori gioco in quanto le materie prime, in tempo di guerra, erano scarse anche per le loro industrie e comunque non possedevano materie prime basilari per l' industria italiana come lana, cotone e gomma. Gli USA, avrebbero potuto soddisfare le richieste italiane, ma erano impossibilitati a farlo con i sommergibili tedeschi che attaccavano ogni convoglio che si muoveva in direzione dell' Europa e Francia e Inghilterra non avrebbero venduto o comprato un bel niente se l' Italia non fosse entrata in guerra. Il mondo degli affari italiano dunque opto' naturalmente per la guerra, ed essendo ben rappresentato a Roma anzi essendo praticamente l' unico rappresentato a Roma, forzo' la politica stessa a scegliere la via della guerra. Dopo la firma del patto di Londra nell' aprile del 1915 l' industria italiana si mise subito in moto per rifornire l' esercito sotto la supervisione del generale Alfredo Dallolio, sottosegretario alle armi e alle munizioni, che con i suoi 5.000 funzionari coordinava le produzioni di piu' di 1.000 aziende.

Le imprese italiane si ritrovarono a disporre di una forte liquidita' e ne trassero ingenti profitti tanto quanto ingenti erano le spese dello stato. Si stima che gli utili delle sole industrie pesanti passarono dal 6,30% dell' anteguerra al 16%. La sola Fiat, che copriva per il 92% la domanda di veicoli militari e per l' 80% quella di motori per aerei, moltiplico' di 7 volte il proprio capitale sociale inglobando anche ferriere e industrie metallurgiche.

Lo stato da parte sua per far fronte alle spese militari fu costretto ad emettere enormi quantita' di titoli di debito pubblico (BOT e CCT) e a ricorrere alla stampa di nuovi biglietti di banca dando inizio a un ciclo inflattivo inarrestabile che porto' un prodotto da costare 100 nel 1914 a costare 512 nel 1920.

Finita la guerra, dopo le sbornie della vittoria, il risveglio fu piuttosto amaro per i paesi vincitori (Italia compresa). Gli Stati Uniti prima del conflitto dovevano 5 miliardi di dollari all' Inghilterra ma alla fine della guerra era l' Inghilterra a doverne 10 agli USA e Parigi aveva dato come garanzia per i prestiti americani tutte le sue riserve auree. Nel frattempo le esportazioni europee verso l' America erano calate dal 42% al 19% mentre quelle statunitensi in Europa dal 60% erano passate al 65%. L' Italia doveva agli USA oltre un miliardo e mezzo di dollari e le importazioni americane incidevano per il 40% del totale contro il 13-15% dell' anteguerra. Washington era diventato il granaio, l' arsenale e la banca d' Italia.



Precondizioni economiche e sociali per l' avvento del fascismo




Mussolini durante la Marcia su Roma



In Europa (essenzialmente in Francia e in Inghilterra) l' esodo dalle campagne, la proletarizzazione di vasti strati della popolazione, la perdita da parte della piccola borghesia del suo status tradizionale erano avvenuti nel lungo periodo e senza creare scompensi e fratture all' interno della societa'. In Italia invece questi processi si erano verificati in nemmeno 50 anni in modo confuso e tumultuoso e dunque le difficolta' della congiuntura postbellica avevano fatto emergere in modo violento e drammatico tutte le storture sociali italiane in forma di scioperi, tafferugli, attentati, sommosse. In sostanza l' industrializzazione in Italia aveva aperto si' le porte a una nuova societa' di massa ma le istituzioni liberali non erano state in grado di creare nuove forme di aggregazione o adeguate misure di protezione sociale moltiplicando i costi sociali dell' urbanesimo (periferie di baracche, assenza di servizi nei quartieri popolari, forte divario fra classi sociali) e dando un senso di insicurezza ai ceti medi e carica rivendicativa alla classe operaia.

Tutta la manodopera straordinaria assunta per sopperire all' impennata di domanda di prodotti bellici venne licenziata a guerra finita mentre le campagne, senza un' evoluzione produttiva (meccanizzazione, coltivazione intensiva), non erano in grado di creare ulteriori posti di lavoro. Le rivendicazioni e la rabbia della classe operaia e contadina crescevano senza che ci fosse la possibilita' di farle sfogare attraverso l' emigrazione che non era piu' libera come un tempo ma limitata e regolamentata (visti e passaporti come oggi li conosciamo furono inventati poco dopo la Grande Guerra).

Dall' altra parte la piccola e media borghesia era in forte apprensione per il dissesto delle finanze pubbliche e la sfavorevole congiuntura economica. Lei che aveva sostenuto la guerra sottoscrivendo i prestiti e i titoli di stato, in pochi anni si era vista assottigliare redditi e risparmi a causa di un' inflazione che si era mangiata i 3 quarti del valore della lira. Seppure insofferente nei confronti dell' alta borghesia era ancora esageratamente ostile al proletariato del quale temeva il carattere sovietizzante delle sue rivendicazioni che, se assecondate, avrebbero potuto declassare ulteriormente il suo status.



Le riforme mussoliniane



Il governo fascista si insedio' alla fine della fase piu' critica della congiuntura postbellica quando cioe' gli scambi commercial avevano gia' ripreso a crescere ed erano risaliti i consumi privati, i risparmi e gli investimenti. Non appena insediato, il ministro dell' economia De Stefani (di formazione liberale) si impegno' in una ampia opera di risanamento delle finanze pubbliche che porto' al regime vasti consensi da parte della piccola e media borghesia. Numerosi industriali tra i quali Gino Olivetti, il sen. Agnelli, e ancora i dirigenti della Edison, dell' Ilva, della Terni pur condannando lo squadrismo becero ed estremista benedicevano l' operato di Mussolini. Dimentichi dell' omicidio Matteotti, delle misure liberticide, delle scorrazzate degli squadristi (perche' non toccavano direttamente i loro portafogli) molti industriali assunsero nei confronti del regime un riservato conformismo e non a caso nel 1925 Confindustria fu riconosciuta ufficialmente dal regime come istituzione di rappresentanza collettiva degli imprenditori.

La fase espansiva di accumulazione e sviluppo del reddito, di poco inferiore in termini quantitativi a quella della Rivoluzione Industriale, porto' all' ascesa dei settori industriali piu' moderni e promettenti (meccanica, automobile, chimica, fibre tessili, alluminio) e al miglioramento dell' andamento della bilancia commerciale dovuto al ritorno dell' Italia su alcuni suoi mercati tradizionali e a una maggiore diversificazione dei prodotti d' esportazione.

L' industria elettrica arrivo' a produrre circa 10 milioni di Kwh e le industrie poterono dunque avvantaggiarsi della maggiore disponibilita' di energia che si rivelo' chiave per l' industria della seta artificiale che da 1480 tonnellate passo' a produrne 32.300 rimanendo seconda solo agli USA. Il risanamento del bilancio segno' una svolta nei rapporti tra Italia e finanza internazionale e Wall Street divenne il principale punto di riferimento anche per il governo italiano. Soprattutto l' impegno dell' Italia a saldare il proprio debito di guerra costitui' la premessa per una serie di prestiti americani al governo, ai comuni di Roma e di Milano, oltre che a numerose imprese private (Edison, Pirelli, FIAT, Montecatini, Breda, Marelli). La normalizzazione dei rapporti finanziari tra Roma e Washington permise l' inserimento della Banca d' Italia nel gruppo dei piu' grandi istituti di emissione occidentali.



La battaglia del grano



Una delle voci piu' pesanti (il 15%) che gravavano sulla bilancia commerciale italiana era quella relativa alle importazioni di grano. Per risolvere il problema il regime decise di lanciare "la battaglia del grano", un' azione a tutto campo per aumentare la produzione cerealicola italiana fino a raggiungere la piena autosufficienza. Si pensava che attraverso un piano di bonifica integrale delle terre paludose e la riorganizzazione agraria si potesse affrancare l' Italia dal grano straniero. I risultati furono pero' deludenti, sebbene l' avvenuto incremento della produzione.

Intanto destinando tutte le aree coltivabili ai cereali fu compromessa la produzione di olio e la zootecnia per i sempre piu' numerosi terreni sottratti a olivi e foraggi. Inoltre non si punto' sulla meccanizzazione delle campagne quanto su un' intensificazione dei vecchi rapporti bracciantili come la colonia o la mezzadria che produttivamente risultavano sistemi limitati e superati. La bonifica integrale segno' buoni risultati solo al centro-nord perche' al sud miseria e arretratezza culturale ne bloccarono esageratamente lo sviluppo in quanto i ricchi possidenti terrieri non sentivano l' esigenza di spendere un soldo per migliorare una produzione gia', per loro, sufficiente e i piccoli possidenti non avevano soldi da investire. Per di piu' l' impossibilita' di emigrare per la chiusura delle frontiere estere, la forte espansione demografica e l' ineguale distribuzione delle terre finirono per far diminuire invece che aumentare la produzione agricola del Mezzogiorno.



L' oligopolismo



In campo monetario, tra il 1923 e il 1926, l' Italia si dovette accontentare di stabilizzare la lira senza poterla riportare ai livelli dell' anteguerra. La stabilizzazione monetaria, vale a dire bassa emissione e circolazione di moneta, ebbe come effetto la concentrazione della ricchezza. L' incremento della meccanizzazione, l' adozione di nuovi procedimenti delle industrie metallurgiche, chimiche e cartarie, lo sviluppo delle fibre artificiali e dell' elettrificazione richiedevano ingenti capitali da investire che solo pochi gruppi industriali avevano. Quindi poche grandi societa' dell' industria pesante (Ilva, Terni, Falk, Dalmine, FIAT) o della chimica (la Montecatini) si spartirono la maggior parte del mercato dei capitali e quello dei prodotti finiti.


Lo stato imprenditore



Il sistema finanziario italiano rischio' il collasso dopo il crollo di Wall Street. Il taglio dei salari anche del 50% (voluto dagli industriali e dai latifondisti) e il forte deprezzamento dei prodotti agricoli innesco' una spirale di calo dei consumi che afflisse tutto il settore industriale. Le tre principali banche italiane (Banca Commerciale, Credito italiano e Banco di Roma) erano a tal punto coinvolte nel finanziamento e nella gestione del sistema industriale da rischiare di colare a picco con le industrie stesse. Fu cosi' che nel gennaio del 1933 venne creata l' IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale). Lo stato avrebbe messo a disposizione i capitali necessari a coprire le perdite delle industrie attraverso varie operazioni di salvataggio ma avrebbe anche acquisito contestualmente i titoli e le proprieta' industriali delle banche provvedendo, per proprio conto, alla loro gestione e al loro eventuale smobilizzo. A conclusione di una complessa serie di operazioni si giunse nel marzo del 1934 all' acquisto pubblico della Banca Commerciale, del Credito italiano e del Banco di Roma riportando cosi' le banche alle loro normali funzioni senza piu' esposizioni creditorie a lungo termine e soprattutto senza piu' responsabilita' di gestioni extrabancarie.

All' inizio l' IRI avrebbe dovuto avere carattere temporaneo e dopo aver risanato le industrie affette dalla congiuntura internazionale le avrebbe dovute riprivatizzare. Ma in parte per la difficolta' a privatizzare nuovamente le industrie, in parte per gli interessi degli oligopolisti dato che lo stato era un non concorrente, l' IRI assunse la fisionomia di un ente pubblico a carattere permanente che, alla vigilia della guerra, controllava il 44% del capitale azionario esistente in Italia.

L' istituzione dell' IRI non comprometteva ovviamente i monopoli dei gruppi industriali collusi col regime e in piu' permetteva allo stato di controllare direttamente una parte considerevole del sistema bancario, dell' industria di base e di alcuni servizi di primaria importanza (miniere, petrolio, elettricita', siderurgia, assicurazioni, telefoni). Lo stato disponendo delle tre principali banche e di un consistente grappolo di imprese industriali oriento' l' IRI verso 3 finalita' di carattere politico-istituzionale: il potenziamento delle produzioni di impiego bellico, il raggiungimento dell' autarchia nazionale, la valorizzazione industriale e agricola dell' Africa Orientale italiana.



Autarchia e imperialismo: la guerra d' Etiopia



L' Italia fascista che non aveva adeguati mezzi di pagamento, senza mercati coloniali ricettivi (la Libia all' epoca rimaneva una scatola di sabbia), afflitta da un carico eccessivo di popolazione rispetto alle risorse, ai manufatti e alle derrate di cui poteva disporre e per di piu' circondata da paesi improntati al piu' rigido protezionismo, economicamente fini' col ripiegare su se stessa tagliando i ponti con l' area dei paesi occidentali piu' avanzati e scivolando verso un vero e proprio regime autarchico. In questo quadro desolante nacque l' idea di conquistare l' Etiopia che avrebbe permesso la ripresa industriale, avrebbe messo a disposizione nuove terre per i contadini italiani (che sarebbero si' emigrati ma in territorio italiano producendo ricchezza per il paese), e avrebbe fornito all' Italia alcune materie prime che in precedenza si era costretti ad importare. L' aggressione fu condotta con un dispiegamento di mezzi bellici senza precedenti per una spedizione coloniale e, proprio come nei piani di Mussolini, effettivamente le grandi commesse statali rimisero in moto l' economia italiana anche se, ma qui la propaganda tacque, i costi finirono per riversarsi quasi tutti sulle spalle dei contribuenti (oro alla patria, rincaro dei prezzi, inasprimento delle tasse, emissione di BOT). In compenso non furono solo i grandi gruppi industriali a trarre vantaggio dall' impresa etiopica dato che fin da subito nella nuova colonia si trasferirono 4000 tra titolari di piccoli laboratori, officine, appaltatori edili, esercenti e ben 3000 famiglie di contadini. Anche dal lato delle importazioni di materie prime la conquista dell' Etiopia dette un qualche respiro all' Italia riducendo la dipendenza dall' estero per alcuni prodotti anche del 50% ma non si arrivo' certo alla tanto sbandierata emancipazione economica dato che rimanevano ancora molti i settori nei quali l' Italia accusava un forte deficit nella bilancia commerciale. L' impresa coloniale dunque si risolse in un folgorante successo militare e propagandistico del regime, ma a conti fatti non procuro' grandi vantaggi economici (ne' sul breve ne' sul lungo periodo) e soprattutto gli immediati benefici che ne scaturirono non furono maggiori rispetto ai compensi che Londra e Parigi avrebbero concesso all' Italia se Mussolini avesse rinunciato all' Abissinia.



Un bilancio dell' economia italiana nel ventennio fascista



La forte ripresa che conobbe l' economia italiana tra il '37 e il '38 fu il passo ultimo che spinse Mussolini a pensare che l' Italia, dopo vent'anni di fascismo, disponesse dei mezzi necessari per proseguire piu' decisamente una politica di prestigio e di potenza e non esito' dunque a trascinare il paese in guerra. Mussolini si sbagliava, e si sbagliava di grosso, anche se in effetti lo stato economico dell' Italia alla vigilia della seconda guerra mondiale era piuttosto buono.

Le differenti iniziative del governo fascista, prese nel corso degli anni, avevano portato a un livello discreto la crescita generale delle esportazioni sul totale di quelle europee, al sensibile aumento delle esportazioni di prodotti finiti, e incentivato lo sviluppo dei settori economici portanti quali la siderurgia, la metalmeccanica e la chimica. Si erano poi consolidati comparti nuovi come le fibre artificiali, gli oli pesanti, l' aeronautica ed evidenti erano i progressi di comparti tradizionali come la produzione alimentare e conserviera, quella della carta, della cellulosa, dei cementi, delle costruzioni. L' industria elettrica tra il 1929 e il 1939 aveva triplicato la potenza installata e quadruplicato la produzione di energia.

Pur essendo progredito, il sistema industriale italiano rimase tuttavia ancora lontano dagli indici di sviluppo dei paesi piu' avanzati. Se nel 1938 l' industria italiana si trovava ai primi posti in Europa nella produzione di seta artificiale, di lana e di filati di cotone, figurava invece in posizioni relativamente basse nella produzione di acciaio, di ghisa, di zinco, di rame e di alluminio essenziali per una piu' consistente ed equilibrata crescita economica.

I problemi del Mezzogiorno rimasero fondamentalmente irrisolti, sebbene attenuati, e la debolezza industriale e produttiva del Sud continuo' a gravare sull' intera economia italiana. Di fatto le regioni del Sud, nel periodo compreso tra le due guerre, persero sempre piu' terreno in parte per il mancato ammodernamento dell' agricoltura, in parte perche' le misure adottate dal governo funzionavano a vantaggio dei comparti gia' affermati e quindi dello sviluppo del centro-nord. Rimase incompleto anche il progetto di accrescere al Sud la disponiilita' di energia elettrica.

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