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Il dolore di tutti i giorni. Che non si cura

Last Update: 6/29/2009 9:30 PM
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Nel 2007 sono stati spesi 3 milioni di euro per prestazioni e farmaci
Il dolore di tutti i giorni. Che non si cura
In Italia 200 centri per 12 milioni di malati. Sei mesi per una visita. Emicrania e mal di schiena i più diffusi

Il dolore cronico è una malattia, e non un sintomo. Va diagnostica­to e curato. Lo dice l’Organizza­zione mondiale della Sanità (Oms), lo affermano le scuole di medicina più all’avanguardia, lo ribadiscono economisti sanitari, conti alla mano. È stato calcolato negli Stati Uniti che solo il mal di schiena costa ben 100 miliardi di euro all’anno in ore di la­voro perse, farmaci sbagliati e ricove­ri per le conseguenze di una terapia non appropriata. Se ben trattato, l’80 per cento di questa spesa sarebbe uti­lizzabile in altro modo. In Italia, 3 milioni di euro sono sta­ti spesi nel 2007 per prestazioni e far­maci a causa del dolore e 3 milioni sono le ore lavorative perse in un an­no.

Secondo un’indagine Istat, poi, nel 23% dei casi i pazienti dichiarano di aver dovuto cambiare la propria posizione sociale: quasi il 20% dei pa­zienti ha perso l’impiego (ogni anno in media i pazienti perdono per ma­lattia 15 giorni lavorativi), il 28% è stato costretto a un cambio peggiora­tivo di mansione, il 20% ha cambiato lavoro. Chi è colpito ha un’età media di 48 anni. Età in cui non è bello ritro­varsi a spasso e sofferenti. Cifre enormi, perché enorme è l’in­cidenza del dolore cronico non da cancro: un cittadino su cinque, ame­ricano o italiano che sia. Il 20% della popolazione adulta europea, con pic­chi in Norvegia, Belgio e Italia (a pari merito con la Polonia). Sessanta mi­lioni sono i sofferenti negli Stati Uni­ti, 75 milioni in Europa, 12 milioni in Italia. E solo per il 7 per cento di que­sti un cancro ne è la causa. Curiosità: di dolore cronico soffre un terzo di tutte le casalinghe europee. Il mal di schiena è al primo posto per giorni di lavoro persi e qualità di vita rovinata: negli Stati Uniti ne sof­fre il 30% di chi si reca dal medico per una cura analgesica. Il mal di te­sta (emicrania, cefalea), al secondo posto, con il 20-25%. Poi c’è un 45% dovuto a patologie osteoarticolari da suddividere tra schiena e articolazio­ni, tra malattie degenerative e eredi­tà di traumi da sport o incidenti. Per arrivare a malattie come l’artrite reu­matoide. E non va dimenticato il clas­sico «fuoco di Sant’Antonio». Quando si soffre, in pochi casi in Italia vi sono specialisti competenti. Paese, il nostro, dove per tradizione e cultura soffrire sembra un obbligo. Il più delle volte la cura è per sentito dire. Se va bene c’è il consiglio del farmacista, se va male il classico an­ti- infiammatorio di cui i cassetti de­gli italiani sono pieni. Spesso il dolo­re resta ma è lo stomaco a soffrire. I centri specializzati (diagnosi e tera­pia del dolore adeguata) sono circa 200 e 3-6 mesi sono i tempi d’attesa per una visita specialistica. Chi è dila­niato dal mal di testa può aspettare sei mesi? Soffrire non è un obbligo, ma in Italia sembra che ancora lo sia. Nella cura del dolore, inquadrato come ma­­lattia, il mondo ha fatto passi da gi­gante soprattutto negli ultimi dieci anni. «Oggi si può affermare che il 90% di chi soffre trova la giusta cura. L’importante è proporla», dice Paolo Mariconti, presidente della sezione milanese della Fondazione Isal.

La medicina italiana, inoltre, ha l’etichetta di «oppiofobica» pur es­sendo morfina e suoi derivati uno dei parametri su cui si basa l’Oms nel valutare una corretta terapia del dolore. L’Italia è ancora ultima in Eu­ropa e tra i Paesi ricchi in numero di dosi utilizzate. Anche se, a piccoli passi, sembra avviarsi nella direzio­ne giusta. Lo confermano i dati del Centro studi Mundipharma: «Per quanto riguarda l’impiego di farmaci oppioidi nella terapia del dolore cro­nico, si evidenziano in Italia i primi importanti segnali di crescita. Nono­stante continui ad occupare l’ultimo posto in Europa per spesa e consu­mo procapite (rispettivamente: 0,74 euro e 69,12 milligrammi a testa), è il nostro Paese ad aver registrato il maggiore incremento nel 2008 rispet­to all’anno precedente, con un più 23,83% sulla spesa per singolo cittadi­no, contro un più 6,76% della media europea. Ma dipende dal terreno da recuperare, che è molto. Tradotto: se nel 2006 le dosi vendute bastavano a non far soffrire la metà dei malati ter­minali di cancro (65 mila), nel 2008 si è saliti al 70% (circa 95 mila). Que­sto, però, senza curare il dolore croni­co non da cancro. Una delle difficoltà era la prescrizione di questi farmaci. Oltre all’oppiofobia della nostra me­dicina, c’era la burocrazia. Rimossa soltanto ora dal viceministro Ferruc­cio Fazio, che ha dato ordine a Guido Fanelli, coordinatore della commis­sione ministeriale per la terapia del dolore e le cure palliative, di riforma­re «radicalmente» il settore.

Primo atto del viceministro Fazio, con ordinanza in vigore dal 20 giu­gno 2009, azzerare la burocrazia per farmaci anti-dolorifici quali gli op­pioidi: niente più ricettari speciali, né registri di entrata e di uscita, né obbligo di conservarli in armadi chiusi a chiave. Insomma sono diven­tati anche per la burocrazia italiana farmaci normali, prescrivibili come gli altri e non come «sostanze stupe­facenti ». C’è poi un disegno di legge sul trat­tamento del dolore che prevede una rete di centri specialistici e i medici di famiglia come primo cardine della terapia. In commissione, il ddl è sta­to criticato dall’ex ministro della Sa­lute Livia Turco. Soprattutto per la mancanza di fondi. «Francamente siamo un po’ stupiti dal fatto che su un tema per sua natura sottratto alla contesa politica, come la cura del do­lore, si accendano polemiche da par­te dell’opposizione — commenta Mauro Martini, presidente nazionale del sindacato Snami —. Come medi­ci di famiglia, che ogni giorno hanno a che fare con i pazienti che soffro­no, riteniamo fondamentale che si sia imboccata la strada giusta». L’obiettivo di Fazio è quello di un «territorio senza dolore». Con quali fondi? Spiega Fanelli: «Il 25 marzo 2009 la conferenza Stato-Regioni ha approvato la proposta di Fazio nel de­stinare a progetti sul dolore 100 mi­lioni di euro ricavati dagli obiettivi di piano delle Regioni (un miliardo e 400 milioni di euro per obiettivi spe­cifici). Cento milioni all’anno, per tre anni: 94 al dolore in generale, mezzo milione per un osservatorio naziona­le su organizzazione e sprechi, 4.5 mi­lioni all’anno alle cure palliative. Il Veneto ha già presentato un proget­to di legge. Il ministero ha poi stan­ziato 300 mila euro per il 2008 per un progetto pilota di tutor per formare medici di famiglia in Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia. Il progetto è già partito». Sprechi? Risponde Fanelli: «In un anno più di 50 mila morti con neo­plasia in reparti per acuti, nonostan­te gli hospice, con un milione di gior­nate di degenza pari a 346 milioni di euro di spreco. Quei malati non pos­sono stare in reparti per acuti, ma o negli hospice o assistiti a casa». Tutti soldi che sarebbero stati utili alla re­te «territorio senza dolore».

Mario Pappagallo
29 giugno 2009
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