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Mafia: le origini

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"Nui nun simmo cravunare, nui nun simmu realiste, nui facimmo 'e camorriste, iammo 'nculo a chillo e a chiste". Traduzione: "Noi non siamo carbonari, noi non siamo realisti, noi facciamo i camorristi, noi fottiamo quello e questo". Questo è l'inno ufficiale della Bella società riformata, datato 1820. Era l'epoca in cui prendevano forma le due organizzazioni criminali più antiche: camorra napoletana e mafia siciliana, presto seguite dalla 'ndrangheta calabrese. "Il problema delle mafie, cent'anni fa, non coinvolgeva solo il Sud; come del resto oggi. Si tratta, infatti, di un fenomeno unitario che ha precise radici storiche", spiega lo storico della criminalità Enzo Ciconte. Se la criminalità organizzata prese piede al Sud, fu perchè là c'erano le condizioni necessarie affinchè ciò potesse avvenire. L'Italia, quella unita, esisteva da trent'anni quando gli italiani fecero conoscenza con la mafia siciliana. Il primo grande processo ai mafiosi si celebrò infatti nel 1899. Non a Palermo, bensì... a Milano. Il dibattimento verteva sull'omicidio (nel 1893) di Emanuele Notarbartolo (ex sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia).
Ma da dove arriva questa mafia? Di sicuro nacque nel regno dei Borbone, la dinastia che dal 1816, dopo la parentesi napoleonica, era alla guida del Regno delle Due Sicilie. I Borbone non ebbero mai un reale controllo sul territorio, affidato più a un sistema di favori che al diritto. Così,quando il Sud si unì al Regno d'Italia (1861) i nuovi governanti dovettero fare i conti con un'economia legata ai latifondi controllati da nobili o da esponenti dell'alta borghesia. I possidenti si erano affidati, fin dal '700, a bande armate per controllare i terreni o regolare le dispute territoriali. Se la cosa aveva funzionato sotto i Borbone, perchè avrebbe dovuto cambiare strategia con i nuovi sovrani? "Si formò una fitta rete di gruppi criminali che ben presto si organizzò come uno Stato nello Stato, dotandosi anche di leggi proprie" spiega Ciconte. "Mentre i briganti lottavano (anche) per i diritti dei contadini e agivano in piccoli gruppi, i mafiosi erano criminali a tempo pieno, ben organizzati, apolitici e con un unico doppio obiettivo: denaro e potere".
La più antica organizzazione criminale in Italia fu però la camorra, il cui nome appariva già in un atto ufficiale del 1735: prese piede nel contesto urbano di Napoli, che all'inizio del XIX secolo era la seconda città europea dopo Parigi. Nel 1842 la camorra aveva già un suo "regolamento interno", il Frieno.
Ma da dove deriva il termine "mafia"? Di certo nella Palermo di 150 anni fa aveva un senso positivo: una ragazza bella e provocante era detta "mafiusedda". Quanto a "camorra", deriverebbe invece da "morra", che significava confusione, rissa; ma la morra è anche il primo gioco d'azzardo sul quale i camorristi imposero il controllo.
“Era necessario creare una struttura di governo della criminalità, segreta ma organizzata”, spiega Ciconte. In Sicilia questo processo avvenne un po’ più tardi, dopo il 1850. Prima solo tra Palermo e Agrigento, poi in tutta l’isola. Negli stessi anni si diffondeva in Calabria la ‘ndrangheta. Derivato dal greco “andragathìa”, traducibile con “virilità”, o forse da andràgathos (“uomo valoroso e coraggioso”), il termine è però entrato nell’uso solo negli ultimi decenni. A cavallo fra ‘800 e ‘900 in Calabria si parlava di “picciotteria”. In un processo celebrato nel 1890 a Palmi (RC) venne fuori che il fenomeno era comparso una decina di anni prima, durante i lavori per la costruzione della ferrovia Eboli-Reggio Calabria, quando molti lavoratori campani avevano prestato la loro opera nella zona.
“Di sicuro, nella seconda metà dell’Ottocento la camorra era ormai regina a Napoli, la mafia era presente nelle pianure palermitane, dove possedeva agrumeti e fondi rustici, e la ‘ndrangheta era fiorente a Reggio Calabria e nell’area di Palmi e Gioia Tauro, dove controllava uliveti e agrumeti”, riassume Ciconte. In tutti questi territori, il potere costituito dovette fare i conti con il potere criminale.

Focus n.25, pag. 44 (Autore: Matteo Liberti)






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"Già durante i primi anni di vita del Regno D'Italia furono frequenti i casi di proprietari che facevano favori ai mafiosi", dice Ciconte. Questa accusa all'epoca andava sotto il nome di manutengolismo. Lo raccontava già lo scrittore Federico De Roberto nel suo romanzo "I vicerè", ambientato nella Sicilia del 1850-82: il potere locale ricorreva al voto di scambio, ovvero favori in cambio di preferenze alle urne. Non solo. Lo Stato arrivò ad affidarsi alla mafia per combattere il brigantaggio. Chi non ci stava, come il sindaco di Palermo, marchese Notarbartolo, finiva ammazzato. Prima vittima eccellente della mafia, fu colpito da 27 pugnalate durante un viaggio in treno. Tra i mandanti c'era Raffaele Palizzolo, consigliere comunale e parlamentare del regno. Tanta efficienza poteva essere garantita solo da una solida organizzazione interna.
Le mafie italiane fin dalle origini si diedero una struttura articolata e basata su un patto di obbedienza assoluta. "E' vero che attraverso l'affiliazione mafiosa si entrava in una sorta di grande famiglia con regole precise, ma è anche vero che alla guida c'era sempre un capo supremo cui rendere conto: la massima espressione di individualismo", dice Ciconte. A rafforzare il meccanismo del consenso, fin dalle origini, ci fu poi la paura. "Lo spirito di fratellanza mafiosa è solo apparente: in realtà si ubbidisce perchè c'è un capo che può decidere della vita o della morte degli affiliati".
Per di più, di ruoli di comando ce n'erano a iosa. Le cosche, nonostante siano ancora oggi dette "famiglie", non necessariamente riunivano persone legate da vincoli di sangue, ed erano governate da un capofamiglia di nomina elettiva. In ogni famiglia i cosiddetti soldati (i picciotti) erano coordinati a gruppi di dieci dai capi-decina. Tre famiglie di un territorio formavano un mandamento, rappresentato da un capo-mandamento. Erano questi capi-mandamento, riuniti in quella che sarà in seguito chiamata "cupola", a prendere nei momenti cruciali le decisioni più importanti.
Nella camorra, invece, le famiglie non rispondevano a un vertice di comando, e i vari tentativi di imporre un "supercapo" sono sempre falliti. Ognuna controllava da sola singole porzioni di territorio. Per questo sono state (e sono ancora) così frequenti le guerre fra clan. Del resto il Frieno stabiliva che gli associati non dovessero riconoscere altre autorità oltre Dio, i santi e i capi.
Anche nella 'ndrangheta calabrese alla base della struttura criminale ci sono, tradizionalmente, i vincoli di sangue del clan, la " 'ndrina ". Ma se in Sicilia la famiglia mafiosa conta più di quella di sangue, qui le due coincidono. Non solo. Nella 'ndrangheta, società criminale tra le più conservatrici, i figli dei boss vengono ancora oggi arruolati fin da quando sono in fasce, attraverso un "battesimo di sangue". E non sono rari i matrimoni combinati tra le cosche, per rinsaldare le alleanze. Anche la gerarchia è antica: al vertice c'è il capobastone, e sotto di lui stanno personaggi con vari gradi, dal contabile allo sgarrista (l'esattore del pizzo).
Una volta strutturate, alle mafie italiane non restava che inventarsi un passato rispettabile per non presentarsi come pure e semplici società a delinquere. Diffusero così la favola degli "uomini d'onore" che offrivano protezione, assistenza e rispetto. Per farlo scomodarono leggende e tradizioni antiche, per abbellire i proprio albero genealogico. Tra tutte, la leggenda più famosa (benchè in origine legata soprattutto alla 'ndrangheta) è quella - di origine spagnola - di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. I tre erano cavalieri appartenenti alla Confraternita della Guarduna (cioè della rapina), una società nata a Toledo nel 1417. I tre, si narra, furono incarcerati nel carcere borbonico sull'isola di Favignana (al largo di Trapani). Vi trascorsero 29 anni, al termine dei quali ripartirono per dar vita a tre nuove associazioni, con regole ispirate a quelle spagnole: uno fondò la mafia in Sicilia, uno la camorra a Napoli e il terzo la 'ndrangheta in Calabria.
La mafia siciliana prese invece spunto dalla leggenda dei Beati Paoli. Si tratta di una setta segreta di vendicatori sorta a Palermo nel XII secolo con il fine di riparare ai torti subiti dalla povera gente. Anche qui prevaleva la propaganda. Il messaggio era: "la mafia fa del bene". Funzionò. Nonostante la realtà fosse un'altra: "Fu proprio la mafia a creare, nella Sicilia post-risorgimentale", l'insicurezza di cui usufruì" scrive Salvatore Lupo, storico della mafia.
Saranno in molti, nell'ultimo secolo, a cadere nell'equivoco di un insidioso apparato di consenso. Tra questi, anche alcuni uomini dello Stato. "Anzitutto esiste una mafia benigna" diceva nel 1875 il futuro presidente del Consiglio Antonio Di Rudinì. "Si tratta di quella disposizione d'animo a non lasciarsi soverchiare", gli fece eco nel 1900 il fondatore del Partito repubblicano Napoleone Colajanni, scrivendo che "la mafia non è una vera associazione di malfattori". E Vittorio Emanuele Orlando (presidente del Consiglio dal 1917 al 1919) in un comizio del 1925 nel capoluogo siciliano dichiarò: "Se per mafia si intende il senso dell'onore, la generosità e la fedeltà alle amicizie, se si intendono questi sentimenti sia pur con i loro eccessi, allora mafioso mi dichiaro, e fiero di esserlo".

Focus n.25, pag. 49-52 (Autore: Matteo Liberti)






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10/8/2009 3:39 PM
 
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Io sapevo che le origini sarebbero ancora più antiche: l'originaria "Società degli Onori" era una associazione iniziatica orientale che era nata con fini spirituali, poi è degenerata in un'organizzazione criminale, i cui membri si ritenevano al di sopra della legge. In effetti alcuni Medium usano metodi discutibili per ottenere risultati spirituali che non sono accessibili ai profani Non è casuale che i mafiosi si definiscano "Uomini d'Onore" in ricordo di questa antica aristocrazia spirituale
La parola MAFIA è un termine arabo che significa PREGIATO, di valore, certo è un'ironia del destino la brutta fine che ha fatto un termine alto. In sardo, nel dialetto che parlava mia madre "Mafiosu" = chi si pavoneggia ritenendosi superiore agli altri, anche vanitoso, che vuol farsi vedere, che ha "Pregia" si diletta di vestirsi e abbigliarsi bene, è riferito all'aspetto ricercato ed elegante di chi tiene alla forma
Ormai in Italia abbiamo 5 mafie: non potremmo essere messi peggio!!! Help!
Ciao






"Se dovessi convincermi di qualcosa ne resterei prigioniero. Grazie, preferisco il dubbio"
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