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[SPECIALE] Disastro petrolifero nel Golfo del Messico

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Fallito il primo tentativo
di installare una cupola

La Bp non è riuscita a mettere sul fondale la struttura che dovrebbe fermare la chiazza di petrolio. E le speranze di evitare la catastrofe si affievoliscono. Il governo Usa vuole appurare se vi siano state infrazioni

Fallito il primo tentativo di installare una cupola La chiazza vista dall'alto al largo di Mobile (Alabama)

NEW YORK - E' fallito il primo tentativo di installare una cupola sul fondale per contenere la marea nera nel Golfo del Messico e la chiazza di petrolio continua a estendersi. Bp potrebbe ritentare domani o nei giorni successivi, anche se diversi osservatori dubitano delle possibilità di successo dell'operazione.

VIDEO Catrame su una spiaggia dell'Alabama 1

Ma le grane per la compagnia petrolifera non sono finite: il ministro della Giustizia americano, Eric Holder, ha annunciato di aver inviato alcuni rappresentanti del Dipartimento per accertare se ci siano stati errori, atti illeciti, infrazioni o abusi di potere nella gestione della piattaforma esplosa il 20 aprile scorso e poi dell'emergenza ambientale dovuta alla fuoriuscita di petrolio. Bp è già stata perseguita civilmente da diverse organizzazioni, soprattutto quelle attive nel turismo e nella pesca sulle quali gli effetti della marea nera si fanno sentire in modo più pesante.

L'ammiraglio della Guarda costiera Thad Allen, che sta guidando le iniziative del governo americano nell'affrontare il disastro, definisce "senza tregua" gli sforzi di Bp nel cercare di fermare la chiazza. Circa 5.000 barili di petrolio al giorno - aggiunge - si riversano nell'oceano, anche se fissare l'ammontare esatto è "al momento impossibile". Dal giorno dell'esplosione sarebbero finiti nelle acque del Golfo circa 12 milioni di litri di greggio.

Alta oltre 12 metri e pesante circa 78 tonnellate, la cupola è una struttura in metallo e cemento progettata appositamente per incapsulare ciò che resta del tubo della piattaforma da cui continua a fuoriuscire petrolio. Una volta installata e collegata a un apposito compressore in superficie, la struttura dovrebbe aspirare fino all'85% del petrolio ancora presente in fondo al mare. Ed evitare così la catastrofe. I problemi tecnici per il suo funzionamento, però, sono enormi, e richiedono soluzioni mai sperimentate in precedenza.

La struttura è stata progettata cercando di tener conto della pressione a cui è sottoposta a 1.500 metri di profondità, ma sono ancora tutte da verificare le sue capacità di "tenuta". Per fissarla al fondale bisogna avvalersi di robot subacquei comandati dalla superficie. Tutto questo presenta una serie infinita di incognite.

Nel frattempo gli operai che la notte del 20 aprile lavoravano sulla piattaforma hanno rivelato ai mezzi di informazione statunitensi particolari finora non emersi. In base alle loro testimonianze, l'incidente sarebbe stato causato da una bolla di metano, formatasi per il cattivo funzionamento di una valvola di sicurezza. La prima esplosione ne ha innescate altre, finché l'intera piattaforma non ha preso fuoco. Gli operai hanno riferito di scene di panico, con la gente che si buttava in acqua in piena notte. Nell'incidente hanno perso la vita undici lavoratori. Sulle cause sta indagando anche la Bp, che ha assicurato che ogni dettaglio sarà reso noto, ma solo al termine dell'indagine interna.

(09 maggio 2010)
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L'ultimo paradiso americano inghiottito dalla marea nera
L'ultimo paradiso americano
inghiottito dalla marea nera

Le isole Chandeleur, al largo delle coste della Louisiana, ospitano un patrimonio straordinario di biodiversità. Ora, però, sono state investite dalla macchia di petrolio che sta avvelenando il Golfo. E i danni sono immensi
dal nostro inviato ANGELO AQUARO

CHANDELEUR ISLANDS - A venti miglia dalla costa senti già quel puzzo che appartiene all'inferno e non a questo paradiso. A trenta miglia il capitano frena i 150 cavalli del "Pelican" e inorridito prova a capire cos'è quello schifo verdastro che tappezza la superficie del "suo" mare. A trentacinque miglia la risposta che non volevi ti circonda lo scafo, l'olfatto, la vista, la testa...

Avete mai provato a navigare nel Day After? A un'ora dalla costa l'apocalisse prossima ventura è già qui: il petrolio che sta per insidiare le coste della Louisiana e del Mississippi, dell'Alabama e della Florida è già penetrato nel cuore dell'arcipelago naturale che commosse Teddy Roosevelt e resistette perfino a Katrina. Chiazze di ruggine circondano quel microsistema paludoso unico al mondo. I pellicani non volano più qui, i delfini non danzano più, il cielo è inutilmente splendente e la brezza che spinge lieve da sud è un'illusione mortale: il vento è cambiato e dopo la tregua degli ultimi tre giorni adesso gioca di nuovo contro.

I primi testimoni avevano dato l'allarme martedì: la marea nera è già lì. Le immagini dal satellite avevano fatto sobbalzare il professor Hans Graber: il mostro nero sta già stringendo i suoi tentacoli. Eppure ancora ieri il contrammiraglio Mary E. Landry ha continuato a dire che sì, la chiazza è vicina, ma le coste dell'arcipelago sono ancora salve. Dov'era la signora che Barack Obama ha messo a guardia del mostro nero? Non sul "Pelican" di Mark Stebly, che punta diritto verso l'arcipelago di famiglia. Il capitano guarda il mare che sanguina quella schifezza rossastra e sente un tuffo al cuore. Sono 35 anni che naviga in questo tratto e 50 viaggi all'anno per 35 fanno 1.700 visite a quel paradiso di cui lui solo finora aveva le chiavi. "Qui navigava mio padre e prima di lui mio nonno. Gli alberi su Horn Island li aveva piantati lui. Come quelli su Ship Island, che però Katrina si portò via per sempre. Ma adesso è peggio di Katrina. Un uragano viene e passa. La vita torna. Per i pescatori, paradossalmente, dopo la tragedia è una festa. I pesci tornano più di prima. Ma stavolta no. Stavolta sarà la fine per dieci, venti, trent'anni. Forse di più. Questo è peggio di un uragano. Un'uragano lungo un mese".

Dalla Louisiana al Mississippi, il Delta del fiume è una costa che sconfina continuamente tra mare e terra. Le Chandeluer Islands sono la barriera naturale a forma di arco che viste dall'alto sembrerebbero quasi proteggere la Louisiana. Cent'anni fa quello spicchio di paradiso disabitato dall'uomo fu dichiarato riserva naturale dal primo presidente ambientalista del mondo. L'ecologismo dovevano ancora inventarlo, ma chissà che direbbe oggi il vecchio Teddy Roosevelet a vedere affondare i suoi gioielli proprio nell'era della coscienza verde. Capitan Mark non ci crede: "Questo era il tratto di mare più vivo che abbia mai visto. Uccelli, delfini. Niente più".

Il viaggio dal porticciolo di Ocean Springs fino all'homeboat del "Pelican" potrebbe essere una traversata da godersi col sole a picco e il mare che sembra una tavola: sarebbe un sogno se non si trasformasse subito in un incubo. "Che succede?". L'allarme arriva all'altezza di quella torre dell'Air Force piantata nel mezzo del Golf del Messico. Prima c'era una specie di avamposto, ma Katrina e i suoi fratelli hanno cancellato tutto. Eppure fino all'altro ieri quella torre era ancora un rifugio dei pellicani. Adesso è spettralmente vuota. L'inquietudine cresce quando l'acqua diventa improvvisamente putrida e densa. Petrolio? No, questo non è petrolio. Questo sarà il regalo di quei dispersanti chimici con cui la Bp sta cercando di sciogliere la marea nera: e c'è già chi giura che sia una cura più cattiva del male. Quando il "Pelican" attracca all'homeboat non c'è più dubbio: questo sì è petrolio. "Ma come fanno a negare ancora?". La piccola base è già in subbuglio. Sbarca un miniteam dell'Università della Louisiana. Sono i ragazzi terribili del Biological Survey Department: quelli che non ci stanno alle dichiarazioni di pace fornite da Bp. Mentre la "cupola" che in realtà è un box è stata piazzata sulla falla, il Ceo Tony Hayward continua a fare buon viso al cattivissimo gioco. Phil McCharty non si sbilancia: è venuto fin qua per fare gli accertamenti e poi la sua università emetterà la sentenza.

L'ultimo report sostiene che la macchia nera è già arrivata a Freemason Island. "Dritta di fronte a noi", dice Captain Stelby. La cosa che inquieta di più è che questa è la parte concava dell'arcipelogo. La piattaforma maledetta è esplosa dall'altra parte: 30 miglia più a sud. Ma allora com'è che l'olio ha già aggirato l'ostacolo? E come faranno quei pochi chilometri di "booms" - le fortificazioni galleggianti - a fermare l'orrore? La risposta è già scritta nel paesaggio incredibile che si affaccia da queste spiagge da paradiso. "Vuole sapere che cos'è quella torre là in fondo? Una piattaforma...". Pieno di piattaforme, qui intorno: le vedi a occhio nudo. In fondo questa è una storia già scritta. "La marea nera arriverà: solo questione di tempo".

La prima volta che suo papà lo portò su quelle isole, Mark aveva 11 anni. A quindici anni ha cominciato a fare la traversata in solitario. Da 35 anni lo fa di mestiere. Sulla rotta del ritorno ecco finalmente l'unico delfino di tutta la traversata: va verso le Chandeleur. Il capitano ha ancora voglia di scherzare: "Ha preso la direzione sbagliata". E' in ottima compagnia: navighiamo tutti verso il disastro.

(07 maggio 2010)
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Obama: Stop alle trivellazioni

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