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Videogame sull'Afghanistan "Impedirne l'uscita in Italia"

Last Update: 10/18/2010 5:00 PM
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Videogame sull'Afghanistan
"Impedirne l'uscita in Italia"

Arriva fra mille polemiche "Medal of Honor", ultimo capitolo di una saga di giochi di guerra che racconta l'operazione Enduring Freedom. Dopo le critiche in Usa, Canada e Gran Bretagna, anche nel nostro paese c'è chi ne chiede il sequestro di JAIME D'ALESSANDRO

LA GUERRA in Afghanistan diventa un videogame. E se l'intento dei suoi creatori era quello di suscitare polemiche, non potevano scegliere un momento più appropriato: a pochi giorni dalla morte di quattro alpini a Farah, esce in Italia Medal of Honor, uno sparatutto ambientato durante l'operazione Enduring Freedom del 2001. Come negli altri paesi in cui è già uscito, anche in Italia il videogioco è accompagnato da dure critiche: in Senato c'è addirittura chi ne chiede il divieto di vendita, per rispetto della memoria dei caduti.

In Medal of Honor il giocatore può vestire i panni di tre diversi militari americani dei gruppi speciali Tier 1, dei Rangers e degli elicotteristi. Tutti alle prese con una serie di missioni, costruite nel corso di 18 mesi con la consulenza di soldati in carne e ossa, sulle montagne, nei villaggi e nelle città dell'Afghanistan. "E' una finzione storica", puntualizza Greg Goodrich, il produttore. "L'ambientazione è reale, non la vicenda che raccontiamo. Ma è vero che il videogame intero è ispirato a fatti accaduti e costruito con l'aiuto di persone che in Afghanistan hanno combattuto sul serio".

Precisazioni irrilevanti stando al coro di critiche. "Sconcertante e avvilente", lo definisce Augusto Di Stanislao, caporuppo IdV in Commissione Difesa. "Abbiamo appena finito di piangere quattro nostri soldati uccisi nell'agguato a Farah e ora avremo nei negozi il nuovo videogame che permetterà a tutti, bambini compresi, di scegliere di stare dalla parte delle forze occidentali o talebani e addentrarsi virtualmente nello scenario di guerra". Il senatore, che chiede "il sequestro in tutta Italia del videogioco", si riferisce alla possibilità, prevista nella modalità online del gioco, di combattere vestendo i panni dei taliban. Un fatto che aveva provocato l'irritazione del Pentagono, che aveva vietato la vendita del gioco nelle basi americane. E così la Electronic Arts, l'editore, ha fatto marcia indietro e ora i talebani sono definiti "fazione opposta". Bizantinismo che però non ha convinto l'Army & Air Force Exchange Service, l'ente che stabilisce cosa è possibile acquistare all'interno dei presidi militari americani.

Anche Liam Fox, segretario alla Difesa britannico, a metà agosto ha chiesto esplicitamente ai negozianti inglesi di rifiutarsi di vendere Medal of Honor. "E' scioccante che qualcuno pensi di ricreare (in un videogame, ndr.) i crimini dei talebani", disse Fox in quell'occasione. "Per mano loro tanti bambini hanno perso il padre e altrettante mogli il marito. Sono disgustato e arrabbiato". Dello stesso tono i commenti di Peter MacKay, ministro della Difesa canadese e del suo omologo danese, Gitte Lillelund Bech.

"La serie di Medal of Honor ha sempre puntato all'autenticità e al rispetto per i soldati", continua Goodrich. "Raccontando il loro punto di vista in maniera onorevole. E' stato così per i passati capitoli, è così per questo. Cambia solo l'ambientazione, ma la filosofia di fondo è la medesima". Strano però che alla Electronic Arts non si siano resi conto che trasferire una serie del genere, nata nel 1999 per volere di Steven Spielberg come controparte interattiva di Salvate il soldato Ryan, dalla Seconda Guerra Mondiale ad un conflitto ancora in corso e che continua a fare morti e feriti, fra i nostri soldati come fra i civili, sia un azzardo. La visione hollywoodiana dell'ultima grande guerra non è applicabile alla complessità della situazione in Afghanistan. Così come sono inadatte le regole rigide dei "first person shooter", o "sparatutto" che dir si voglia, genere al quale appartiene Medal of Honor. Una lunga sequenza di scaramucce, in questo caso fra villaggi di montagna, gole impervie e città afgane, che dicono poco di quel che sta accadendo o è accaduto dalle parti di Kabul. L'unico contraddittorio è quello fra il comandante delle forze in campo e un burocrate che da Washington pretende di dirigere le operazioni commettendo errori macroscopici. "Quello che abbiamo cercato di fare è mostrare come il punto di vista di un soldato che è sul campo possa essere molto diverso da quello di persone che non sono sotto il fuoco nemico. Tutto qui". Precisa però Greg Goodrich, aggiungendo che non era sua intenzione dipingere lo stato maggiore come incompetente.

Di sicuro era però sua intenzione cercare di realizzare un videogame che potesse competere con Call of Duty: Modern Warfare 2. Sbarcato nei negozi lo scorso novembre, riuscì a vendere circa 5 milioni di copie in 24 ore, della quali 3 solo fra Stati Uniti e Inghilterra. Un gioco che raccontava di un'ipotetica invasione russa del sacro suolo americano e ci portava a combattere al fronte come oltre le linee nemiche nei panni di semplici marine come di membri delle forze speciali. Trama confusa, su uno sfondo fantapolitico, ma tanto realismo da telegiornale in versione console. Con alcune punte di cattivo gusto: nella terza missione si poteva compiere una strage di civili in un aeroporto come agente infiltrato in un nucleo di terroristi caucasici. Si vede che alla Electronic Arts hanno deciso di rilanciare alzando il tiro. Peccato che dal punto di vista tecnico Medal of Honor non riesca a eguagliare Modern Warfare 2: è meno coinvolgente e la libertà d'azione è ridotta ai minimi termini.

Ma queste sono minuzie. Quel che fa notizia è la deriva che una parte del mondo dei videogame sta prendendo, mettendo in scena sempre più spesso guerre contemporanee. Non è la prima volta che accade, in passato di videogame ispirati a conflitti recenti ne sono usciti diversi. La differenza sta nella verosimiglianza della grafica, a fronte però di contenuti che son restati piuttosto rozzi, e nella popolarità crescente di questi titoli. Ma Goodrich, ovviamente, non è d'accordo: "Vogliamo dire semplicemente grazie agli uomini e alle donne che combattono per noi. Che non diamo per scontato quel che stanno facendo". Resta solo da capire se ringraziamenti del genere, visto il tributo di sangue (vero) versato, saranno o meno rispediti al mittente.

(15 ottobre 2010)
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