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La Cina e il suo passato

Last Update: 12/2/2010 11:50 AM
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La Cina e il suo passato
di Giuseppe Sacco

A sessant’anni dalla guerra di Corea, i Coreani del Sud hanno naturalmente preso piuttosto male le celebrazioni, non molti giorni fa, del sessantesimo anniversario dell’intervento dei volontari cinesi nel conflitto. Ed anche molti osservatori occidentali di cose cinesi sono rimasti perplessi dal tono “antico” di queste celebrazioni, che sembravano stridere in una Cina lanciatissima nel processo di modernizzazione, di occidentalizzazione, e in una certa misura, anche di liberalizzazione.
L’intervento dei “volontari” provenienti dalla Cina si verificò nel momento decisivo del conflitto, Nell'Ottobre del 1950, questo sembrava infatti sul punto di essere concluso, avendo le truppe americane (schierate sotto la bandiera dell’ONU) conquistato praticamente tutta la Corea del Nord, fino al suo confine settentrionale, quello con la Cina, segnato dal fiume Yalu.

Mandando le loro truppe attraverso quel fiume, i Cinesi indubbiamente scelsero il coinvolgimento nella guerra. Ma dire – come ha scritto il quotidiano di Seoul Joong Ang – che i Mao e gli altri dirigenti cinesi siano corresponsabili del conflitto nel suo insieme, perché “Kim Il-sung, il fondatore della Corea del nord si era consultato ed aveva avuto la benedizione del leader sovietico Giuseppe Stalin e del cinese Mao Ze-dong di invadere la Corea del Sud” è una semplificazione eccessiva.

In quell’anno, 1950, come in tutti gli anni di quel periodo, nel mondo comunista le decisioni le prendeva in solo uomo, il Generalissimo Josif Vissarionovič D&2;ugašvili, detto Stalin. E fu Stalin che, dopo aver dovuto retrocedere nei Balcani per la defezione di Tito, provò a forzare la situazione all’altro estremo limite del blocco in cui l’Armata Rossa aveva imposto il sistema sociale sovietico, cioè nell’ex-colonia giapponese della Corea, dove poteva sperare che la reazione americana fosse meno ferma.

In Estremo Oriente, infatti, la situazione era diversa da quella esistente nel Mediterraneo, dove un influente alleato degli Americani, il Regno Unito, aspirava senza però averne più la forza a stabilire una propria zona di egemonia, che doveva comprendere la Grecia e – nelle illusioni di Londra – anche l'Italia. Ed infatti, l’intervento di Truman in Grecia fu anche motivato dal fatto che, così facendo, Washington – oltre a fermare Stalin – scriveva a chiare lettere il fatto di essere non solo la potenza egemone, ma anche l’unica grande potenza dell’Occidente.

In Estremo Oriente, nel 1950, l’America aveva dalla sua parte solo il devastato e occupato impero nipponico, mentre quello che gli Americani avevano sempre considerato il loro naturale, storico alleato, la Cina, era stata appena “perduta”, senza che Washington avesse ancora preso la decisione di schierare la propria flotta a garanzia di Taiwan. In questo quadro, Stalin poteva legittimamente chiedersi se l’America che aveva accettato la “perdita” nientemeno che della Cina, non avrebbe accettato anche la perdita di quel mozzicone di penisola coreana che si stendeva al sud del 38esimo parallelo.

In definitiva, se gli Americani, al momento del crollo del Giappone, non si erano opposti a che l’Urss conquistasse tutta la Manciuria nipponica (il cosiddetto Manchukuo), il Mengjiang (cioè l’attuale provincia cinese della Mongolia interna), la Corea del Nord, la parte meridionale della penisola di Sakhalin, e le isole Kurili, era possibile che alla fine cedessero anche sulla Corea del Sud, tanto più che si trattava di una zona infinitamente più povera di tutto quello che era caduto nelle mani di Stalin. E ciò tanto più in quanto Stalin poteva far valere come fosse stata la minaccia di veder passare definitivamente alla Russia anche l’isola di Hokkaido – che è sentita dai Giapponesi come parte del territorio nazionale, e non come una colonia, quali erano la Manciuria e la Corea – che aveva spinto, ancor più della bomba atomica, Tokyo ad accelerare la firma della resa.

In questo quadro, il passaggio attraverso lo Yalu di circa 300.000 volontari cinesi – tra cui il figlio di Mao Ze-dong, che vi perse la vita – può effettivamente essere visto se non come parte del disegno di potere di Stalin, e come una scelta obbligata per Pechino, e fatta certamente assai a malincuore dai dirigenti della appena nata e ancora fragilissima Repubblica Popolare. Si tratterebbe insomma di un terribile e doloroso prezzo pagato alla costruzione di una nuova Cina, e non di un atto di aggressione. Di un episodio cioè la cui celebrazione non è in contraddizione con la natura e gli obiettivi della Cina post-1978.

E’ questa appunto la tesi sostenuta dall’articolo del ViceDirettore del quotidiano di lingua inglese della capitale cinese, Global Times, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione: un articolo che si fa notare per un approccio assai ragionevole e politicamente equilibrato su un evento storico il cui retaggio ancora oggi pesa nelle relazioni internazionali.

In questo articolo, che ci sembra assai significativo dello sforzo attualmente compiuto dalla Cina per sottolinearne il carattere moderato e razionale della propria politica estera, ma contemporaneamente evitare che l'apertura degli ultimi trent'anni appaia come un diniego del proprio passato, l'amor di Patria spinge il Vice Direttore del Global Times a fare solo un cenno al fatto che una ritirata di Kim Il-sung e dei Nord Coreani in territorio cinese – e per di più in una provincia dove esisteva una situazione assai delicata - non solo esponeva la neonata e ancora fragile Cina popolare ad una “hot pursuit”americana, ma rischiava di destabilizzare l'equilibrio tra gli Han e la minoranza coreana. In realtà, per un osservatore occidentale, è più facile dire che il telegramma con cui Stalin comunicò che i Nord Coreani avrebbero continuato la guerra a nord del fiume Yalu, invadendo il territorio cinese, e inevitabilmente tirandosi dietro gli Americani, era niente altro che una minaccia al Governo di Pechino.

D'altra parte, dal lato americano, la situazione era estremamente allarmante. Si diceva infatti chel Comandante in capo delle forze dell'Onu, l'americano Douglas MacArthur, avesse concepito – senza aver avuto alcun ordine in tal senso dal Presidente Truman, che lo ammoniva invece di “non provocare i Cinesi” – un piano che prevedeva il lancio tra il Mar Giallo e il Mar del Giappone, in pratica fino alla città russa di Vladivostok, di un numero di bombe atomiche compreso tra 30 e 50, e la creazione di una fascia di cobalto radioattivo che avrebbe dovuto rendere impossibile ogni invasione terrestre della Corea per una sessantina d'anni.

Con questo, pensava MacArthur, i Russi avrebbero abbandonato ogni idea di invadere non solo la Corea ma anche l'Europa. Solo molto dopo l'intervento cinese in Corea, l'11 Aprile del 1951, il Presidente degli Stati Uniti lo destituì dal comando. La guerra si concluse solo dopo la morte di Stalin.

fonte: geopolitica.info
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