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Quali prospettive di integrazione nord-sud per il mondo?

Last Update: 12/2/2010 11:51 AM
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Quali prospettive di integrazione nord-sud per il mondo?
di Luca Marini

I meridiani avranno la meglio sui paralleli e l’Eurafrica avrà finalmente pieno sviluppo: risposta ambiziosa, non nuova e possibile. Nelle ultime battute del primo mandato Bush, l’amministrazione repubblicana sbloccò un significativo ammontare di fondi indirizzato all’approfondimento di un innovativo progetto di ricerca sulla cooperazione e l’integrazione economica continentale. Nel successivo quinquennio, il progetto in questione, battezzato “Entreprise for Americas”, ha potuto contare sull’apporto di un variegato team di ricercatori ed accademici di assoluto valore.
Il fondamento del progetto affonda le sue radici in un filone di riflessione geopolitica molto caro alla scuola di Monaco di Baviera degli anni Trenta. E’ noto come diverse delle intuizioni riconducibili al determinismo del suo maggior esponente, Karl Haushofer, abbiano contribuito, più o meno indirettamente, all’apertura di un buio capitolo della storia europea e mondiale. Pur tuttavia, è proprio dall’approccio base al concetto di pan-regione, sviluppato dalla scuola tedesca, che prende il via il tentativo del gruppo di ricercatori di scandagliare nuove ed alternative direttrici per la cooperazione e l’integrazione economica internazionale. Sforzi di collaborazione che, a quanto pare, risulterebbero decisamente più agevoli ed efficienti quando potenziati lungo il percorso longitudinale dei meridiani.

“Enterprise for Americas” non è ancora entrato in una fase di programmazione strategica ed operativa, ciononostante il suo sviluppo ha contribuito a risvegliare l’interesse istituzionale nei confronti della ripresa di un regionalismo politico – economico che pareva essersi arenato poco dopo l’entrata in vigore, nel 1994, dell’Accordo nordamericano per il libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico (NAFTA). Lo stesso G.W. Bush avrebbe avuto in programma di approfondire il tema, soprattutto in relazione all’interesse mostrato da parte di diversi Paesi latinoamericani all’eventualità di forme più o meno istituzionalizzate di associazione allo stesso NAFTA. Il forzato mutamento di priorità impresso alla politica di Washington dagli attacchi terroristici del 11 settembre ebbe tra le altre conseguenze quella di determinare un forte raffreddamento delle spinte interamericane in tal senso. A ciò, è chiaro, contribuì, in misura forse più simbolica che reale, il successo elettorale del neo-bolivarismo di matrice antistatunitense del venezuelano Chavez e del boliviano Morales. A distanza di qualche tempo l’interesse, non più solo politico, ma anche di diversi operatori economici locali ed internazionali, è andato però progressivamente riemergendo. Se prendiamo in considerazione l’integrazione pan-americana, è stato diverse volte sottolineato quanto la bolla economica degli anni Novanta e, più in generale il cyberspazio abbiano dato una spinta decisiva all’integrazione Nord – Sud. I ricercatori, facenti parte del progetto in questione, hanno provato ad approfondire tale riflessione, sottolineando come l’influsso del cyberspazio privilegi il tempo rispetto ai luoghi. In un mondo dove la maggior parte del PIL è prodotta dal terziario e in cui le società avanzate funzionano in tempo reale, una collaborazione è molto più agevole lungo i meridiani, che non lungo i paralleli, cioè fra paesi posti anche a grande distanza e non agevolati da efficienti vie di comunicazione, ma appartenenti ai medesimi fusi orari, come sono le Americhe. Se ciò è vero, in un prossimo futuro le autostrade telematiche dovrebbero pertanto agevolare l’integrazione pan-americana, rispetto ad esempio alle tradizionali direttrici transpacifica e transatlantica lungo le quali Washington ha storicamente indirizzato i suoi principali sforzi di integrazione economica, sin dalla nascita del sistema di Bretton Woods.

Se proviamo ad applicare il concetto di pan-regione al contesto europeo, è facile trovare agganci al pensiero geopolitico italiano che ispirò parte della politica estera mussoliniana precedente allo scoppio della guerra. La riflessione sulla strutturale complementarietà delle aree del Sud e degli Stati del Nord portava infatti alla previsione normativa della loro unitarietà, garantita dall’esistenza di Stati Guida egemonizzanti. Poiché, negli anni Trenta come oggi, le produzioni e le risorse naturali variano a seconda della latitudine, ne va da sé che le panregioni si sviluppino secondo i meridiani. In tal modo, veniva realizzata al loro interno l’autarchia, condizione di autosufficienza ritenuta fino al secondo conflitto mondiale indispensabile per potere svolgere un ruolo di attore geopolitico, ed oggi, nelle dinamiche nazionali di assestamento post-crisi, in minacciosa ripresa nei programmi elettorali di diversi partiti populisti. D’altronde, l’idea che l’Africa costituisca uno spazio vitale per l’Europa è antica, quanto lapalissiana per il più distratto conoscitore della geografia e della storia degli ultimi cinque secoli. Risorse naturali in cambio di tecnologia e know how europeo è uno slogan che, in forme progressivamente più elaborate, ha contraddistinto i rapporti tra i due continenti sin dal principio. Con la fine dell’isolazionismo americano, e ancor più con il ridimensionamento del ruolo britannico e francese nel continente nero, in seguito alla crisi di Suez, nuovi attori extraregionali si sono presentati lungo i bacini del Nilo, del Congo e del Niger. Con la fine del confronto bipolare, anche Pechino ha messo testa e piedi nel continente. Si sono andate prospettando così soluzioni alternative all’idea di una relazione privilegiata con le ex potenze coloniali europee. Amerafrica e Asiafrica sono solo due dei tanti neologismi di dubbio gusto letterario, ma di discreto valore esplicativo, coniati in proposito. Se però dovessimo applicare a tali prospettive di integrazione le categorie valutative suggeriteci da “ Enterprise for Americas” ci accorgeremmo agevolmente delle potenziali conseguenze disastrose per il Continente africano, nel caso i suoi governanti decidessero effettivamente di privilegiare tali evoluzioni. Questo, infatti, verrebbe diviso e sfruttato addirittura più che nel passato, perché le risorse naturali africane sono già disponibili sia alle due Americhe che all’Asia. Quindi l’unica possibilità per l’Europa di essere una potenza, e per l’Africa di integrarsi in uno schema di sviluppo virtuoso, è quella di unirsi in un’unica panregione: l’Eurafrica. Tale idea, a livello non più teorico ma politico, ha conosciuto fortune alterne. Negli anni Cinquanta fu approfondita in una prospettiva forse eccessivamente strumentale, da quanti erano persuasi, come il generale De Gaulle, e il premier britannico Macmillan, che l’Europa dovesse costituire una terza forza fra gli Stati uniti e l’Unione sovietica. Successivamente, anche per impulso della politica estera italiana degli anni Settanta, con il termine Eurafrica si cominciò a riferirsi strategicamente anche alla penisola anatolica e a quella arabica.

Oggi, una lettura deideologizzata di alcune di queste elaborazioni sul concetto di Eurafrica, dall’eredità pesante ma dal valore intrinseco, potrebbe servire ad un’Unione europea in disperata ricerca d’identità, e ad un continente africano in preoccupante stallo economico-istituzionale, per ritrovare slancio nella convergenza degli interessi di lungo termine, nella coscienza delle reciproche debolezze ed interdipendenze. La visione strategica di Europa 2020 non può prescindere dalla necessità di ripensare il ruolo regionale di Bruxelles, in funzione e al meglio delle risorse a disposizione. In questo senso è auspicabile che la rinnovata architettura istituzionale e decisionale introdotta da Lisbona contribuisca a scongiurare nuovi errori di sopravvalutazione, quanto di sottocapitalizzazione dell’ influenza regionale dei 27. Ad esempio, una attenta ridefinizione degli accordi di partenariato, in parallelo alla improrogabile riforma della PAC, potrebbe essere il primo test di tale rinnovata aspirazione. Discorso analogo vale per i singoli Paesi membri. Il multilateralismo in Africa sembrerebbe aver dato il passo alle relazioni bilaterali, ciò non è di per sé uno sviluppo infausto perché spesso permette una più chiara e puntuale definizione degli obiettivi e degli strumenti adeguati a perseguirli. Nel caso italiano, per esempio, il bilateralismo in merito al dossier energetico e a quello demografico ha portato alla messa a punto di alcune positive piattaforme negoziali, che potrebbero costituire preziosi modelli per un’ulteriore approfondimento ed allargamento delle stesse su base comunitaria.

fonte: geopolitica.info
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