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La grande sfida dell'urbanizzazione

Last Update: 12/2/2010 11:52 AM
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12/2/2010 11:52 AM
 
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La grande sfida dell'urbanizzazione
di Emiliana de Santis

INDIA-CINA-BRASILE - Ci sono rivoluzioni assordanti e rivoluzioni silenziose, eventi che per loro natura irrompono sulla scena mediatica come cicloni inarrestabili ed altri che dipanano le loro trame in maniera meno roboante ma non per questo meno importante. La crescita della popolazione mondiale che vive in città, avvenuta nell’ultimo secolo, è uno di questi ultimi. Se ne parla poco perché ancora esigui sono gli studi e le metodologie per approcciarsi al complesso fenomeno dell’urbanizzazione globale, un tema che pur si ripercuote sugli aspetti principali della nostra vita, dal cambiamento climatico allo sviluppo economico, dalla pianificazione architettonica alla socializzazione di gruppi culturali non omogenei.
Secondo i dati di UN Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite preposta al monitoraggio del fenomeno, la percentuale della popolazione mondiale che vive in città – il cosiddetto tasso di urbanizzazione – è passata dal 29% del 1950 al 50% del 2009. Ciò significa che in un arco temporale inferiore ai 60 anni, complice anche l’aumento della popolazione mondiale, la metà degli abitanti del pianeta si è trasferita verso un centro metropolitano. Il dato ancor più sorprendente, sempre secondo proiezioni delle Nazioni Unite, riguarda l’accelerazione del fenomeno che nel 2030 porterà ben il 60% circa della popolazione a vivere in una città. Gli indici di urbanizzazione parlano chiaro; ciò che invece resta da capire è se l’aumento della popolazione urbana sia anche un indice di sviluppo, “nella misura in cui si accetta il postulato secondo cui urbanizzazione e sviluppo procedono parallelamente”come sottolineato da Jacques Véron, studioso della materia.

Il caso di Dharavi, il più grande slum di Mumbai e dell’Asia intera, o della Città dei Morti al Cairo, così come le condizioni delle favelas a Città del Messico e la ghettizzazione delle periferie urbane quali le banlieus di Parigi, sono l’esempio di come lo spostamento massiccio verso le città non vada sempre e necessariamente di pari passo con il progresso delle condizioni di vita e con una crescita ragionata e diffusa. Uno dei quattro obiettivi statutari di UN Habitat è infatti riassunto nello slogan Cities without Slums. Le condizioni di vita metropolitane dovrebbero in una qualche misura essere migliori di quelle che ci si è lasciati nelle campagne ma il legame non è sempre di implicazione reciproca e spesso si va incontro a condizioni sì superiori ma non ottimali. Oggi più che in passato l’interazione tra urbanizzazione e sviluppo potrebbe non essere positiva: in primo luogo perché l’attrazione delle città può essere in larga misura indipendente dalla crescita economica e dallo sviluppo, in secondo luogo perché essa può essere anche l’effetto del carattere repulsivo delle campagne. L’aumento della produttività agricola crea in genere disoccupazione e quindi la necessità di riallocazione della manodopera nei nuovi agglomerati industriali così come l’incremento demografico spinge alla ricerca di risorse ormai insufficienti. Nel suo libro Il fenomeno urbano nel Terzo Mondo, Paul Bairoch afferma che nella storia dell’umanità non ci sono stati veri progressi di civiltà senza città eppure è lui stesso a presentare numerosi dubbi sulla validità di questa affermazione nello scenario contemporaneo: a proposito dei Paesi in via di sviluppo, Bairoch parla altresì di “inflazione urbana” e di “urbanizzazione senza sviluppo”. La transizione urbana è avvenuta lentamente nei centri urbani dei Paesi industrializzati, favorendo un miglior equilibrio del fenomeno mentre nei PvS è stata talmente esplosiva da acuire lo sfasamento da sviluppo: in assenza di una pianificazione strutturata e di un progetto chiaro, sia di natura spaziale ed economica sia di tipo culturale e sociologico, le città hanno assunto dimensioni iperboliche ed hanno smesso di essere funzionali all’obiettivo principale del miglioramento delle condizioni di vita dei nuovi immigrati.

Il caso della metropoli infinita, la città di Chongqing, porta dell’ovest cinese, è illuminante in tal senso. Questa megalopoli ha un nucleo urbano circondato da distretti rurali in continua trasformazione che messi insieme occupano la stessa superficie dell’Austria; ogni anno accoglie un milione di nuovi abitanti e va configurandosi come il centro urbano in più rapida crescita del pianeta. In Cina tutti si chiedono come sia possibile pianificare una crescita su scala così grande poiché si tratta di una sfida contro l’inimmaginabile, contro i 400 milioni di persone che nell’arco di 20 anni si trasferiranno dai villaggi alle città. Pechino ha la facoltà di indirizzare fondi su iniziative colossali che in qualsiasi altro paese del mondo sarebbero impossibili o richiederebbero più tempo ma, per farlo, dovrebbe rendere l’urbanistica un fatto reale più che un’aspirazione; “la pianificazione, in effetti, è una forma di pubblicità”, spiega un ricercatore del ministero degli alloggi e dello sviluppo rurale e urbano. “Affrontiamo un paradosso. Le cose qui sono molto pianificate in teoria ma in pratica c’è una gran confusione. Dipende dal mondo in cui i piani vengono usati. Se vengono usati”. Vuol dire che spesso l’aumento demografico delle città è lasciato a se stesso nella speranza che le circostanze ricompongano l’ordine con l’aiuto del tempo e dei soldi.

Si evita dunque di affrontare realmente il problema, trascurando aspetti come la dimensione, la densità, la forma e la diversità. Le grandi aree urbane sono anche quelle con i ritmi di crescita più lenti, pongono straordinari problemi dal punto di vista dell’impatto ambientale e delle forme di vita di chi le abita. Ogni città ha caratteristiche proprie e molto dipende dal successo delle politiche di gestione del cambiamento, ma tutte hanno visto crescere il loro ruolo di centri di potere e influenza nelle reti transnazionali create della globalizzazione economica. C’è poi da discutere il sovraffollamento che di norma si associa a una bassa qualità della vita; non è tuttavia detto che un design di qualità non possa produrre un buon equilibrio tra alta densità, trasporti urbani e accesso alle aree verdi, riducendo l’impronta ecologica delle metropoli. La velocità di migrazione che ha caratterizzato i Paesi in via di sviluppo condiziona inoltre la struttura sociale e fisica, e la forma che le città assumono altro non riflette se non l’insieme dei flussi e delle forze che modellano la vita quotidiana. In ultimo non va sottovalutato l’impatto culturale che l’ingresso ininterrotto produce sul livello di diversità di reddito, età, cultura, formazione, costumi e composizione etnica. Spesso si parla di “ruralizzazione delle città” piuttosto che di urbanizzazione proprio perché chi migra porta con sé abitudini e usi che, almeno nelle prime generazioni, continuano a caratterizzare i nuovi arrivati. La realtà urbana deve allora imparare a far coesistere tante diversità e la geografia fisica va a mescolarsi con quella sociale poiché è insieme che esse disegnano i luoghi per dare una forma alla tolleranza e all’incontro.

Le soluzioni più adatte alla gestione dell’urbanizzazione sono perciò la difesa della caratterizzazione culturale e delle opere d’arte rispetto a una globalizzazione che sta diventando sempre massificazione, unite alla good governance e al riequilibrio delle condizioni di vita tra la città e le aree rurali. Altrimenti detto, si tratta di rendere sostenibile ciò che adesso non lo è. Di questo ci si occupa da tempo a Cuturiba, capitale dello Stato brasiliano del Paranà. La sua amministrazione – particolarmente lungimirante – ha attuato una serie di misure nel campo dei trasporti, dell’ambiente e dello sviluppo sociale: creazione di un sistema di mobilità molto efficiente e a basso costo su tutto il territorio, protezione degli edifici storici, riciclaggio dei materiali, lotta contro gli sprechi (il cambio verde, ossia consegna dei rifiuti raccolti e differenziati dalla popolazione povera in cambio di verdure). “Una città umana è quella che crea la mescolanza. Delle attività, dei redditi, delle età. Più è mista e più è umana”.

fonte: geopolitica.info
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